La scoperta dell’ ittito e le teorie sull’indoeuropeo

31 10 2006

La scoperta dell’ittito cambiò molte prospettive nell’ambito degli studi sull’indoeuropeo. Dietro la scrittura cuneiforme delle genti che popolarono l’Anatolia intorno al 2000 a.C. era celata una lingua indoeuropea e, nonostante le tavolette fossero state rinvenute a fine Ottocento, si pervenne alla sua decifrazione ed alla sua classificazione come lingua indo-europea solo nel 1915. Ciò avvenne quando Bedrich Hrosny riuscì a leggere le tavolette ittite che erano state portate a Vienna dal Museo di Istanbul. Hrozny provò, nel 1917, che l’ittito era una lingua indo-europea nella sua opera Die Sprache der Hethiter.
Ma soltanto nel 1951 vide la luce la grammatica dell’ittito di Edgar H.Sturtevant. Il sistema fonologico dell’ittito si presentò subito molto peculiare rispetto a quello dell’indoeuropeo. Per esempio, dove l’ittito presentava h, le altre lingue indoeuropee avevano una vocale lunga (itt)pahs- > (latino) pasco.
La scoperta dell’ittito andò subito ad incidere, mettendola in crisi, sulla divisione classica che si faceva delle lingue indoeuropee, cioè tra lingue “centum” e lingue “satem”. Tale suddivisione nasceva dalla maniera di pronunciare il numerale cento che in indoeuropeo doveva essere *Kmtóm. Le lingue occidentali della famiglia linguistica indoeuropea, secondo tale teoria, conservavano immutata la *k indoeuropea così: il latino centum, il greco ekatón, il celtico cét, il gotico hund, l’antico alto tedesco hunt (anche questi ultimi riconducibili ad una *k pregermanica). Dall’altra parte, il gruppo orientale presentava, nella parola per il numerale cento, il suono sibilante s- (sanscrito “satem”, lituano “simtas”, paleoslavo “suto”). L’ittito, quindi, non rientrava in tale classificazione. Alla luce degli studi più recenti sembra che l’ittito sia una lingua che, insieme al germanico, si sia staccato dalla Ursprache, mantenendosi più vicino a quest’ultima. L’evidenza di ciò sarebbe nell’osservazione, tra l’altro, delle forme verbali. Infatti, il sanscrito ed il greco hanno una morfologia del verbo di grande complessità, rispetto all’ittito ed al germanico. E ciò fa ipotizzare che queste ultime non abbiano modificato il loro sistema verbale dopo il distacco dalla Ursprache indoeuropea, cosa che, invece, lingue come il sanscrito ed il greco avrebbero fatto.
Riferimenti: Hittite Online




Giovanni Semerano e l’illuminazione dell’accadico

24 10 2006

Ho scoperto Giovanni Semerano (1913-2005)ed il fascino della sua enorme dottrina etimologica attraverso la lettura del suo lavoro: «L’infinito: un equivoco millenario» (2001). Semerano fu allievo di Giorgio Pasquali, di Bruno Migliorini e di Giovanni Devoto ma, non essendo un uomo dell’Accademia, le sue posizioni di sicuro eccentriche, gli valsero non poche antipatie da parte dei baroni che, nel nostro antico e bel Paese, posseggono le chiavi della verità istituzionale. Semerano era certo che le lingue indoeuropee fossero il prodotto di una lenta evoluzione delle antichissime lingue della Mesopotamia, in particolare di ceppo semitico. Egli riteneva che l’indoeuropeo fosse soltanto il frutto di congetture e non offrisse convincenti etimologie per molti vocaboli delle lingue europee. Semerano lavorò, allora, sull’accadico, parlato tra il terzo ed il secondo millennio a.C. in Anatolia, Siria, Mesopotamia e che, secondo lui, costituiva il fondamento linguistico di un “sostrato” mediterraneo. Con il suo metodo storico-etimologico anche la parola Italia veniva a derivare dalla voce accadica ATALU che significava “terra del tramonto” e a cui corrispondeva la voce etrusca “hinthial”, che vuol dire “ombra”. Questa ipotesi del Semerano fu confortata, tra l’altro, dall’interpretazione delle tavolette di Ebla.
E’ molto interessante seguire il metodo di questo genio della linguistica etimologica, per esempio, quando ci indica le vie di penetrazione di popolazioni che dall’antico oriente giunsero in Britannia. Una è rinvenuta nell’affinità culturale remotissima tra gli antichi liguri e la Britannia meridionale. Il fiume ligure ROIA si chiamò RUTUBA come il porto di Richborough e tale etimologia comune poteva essere disvelata attraverso l’accadico RUTTUBU “inondato”, RUTBU “irrigazione”. Inoltre, Albion, antico nome della Britannia, richiama il ligure Albium, Album: in Album, Ingaunum, Albenga, Albium, Album Intemelium “Ventimiglia”: album non è albus “bianco”, ma è della stessa radice di Albis, il fiume germanico Elba, così come tutte le denominazioni che denotano stanziamenti su canali, fiumi, mari (Olbia). Albula fu l’antico nome del Tevere. Albion corrisponde alla voce accadica “halpum”, sumero “halbia” equivalente a “sorgente”, “massa d’acqua”, “cavità con acqua” ed Albio indicò la grande isola del Canale della Manica.
Quella di Semerano è stata una teoria sconvolgente nel mondo della linguistica storica come la teoria della relatività lo fu per la fisica.
E deve essere ancora recepita da chi si accontenta di etimi incogniti.
Riferimenti: Rivelazioni della linguistica storica




Le prime grammatiche delle lingue mesoamericane

20 10 2006

Francisco de Zumárraga, primo vescovo del Messico, introdusse la stampa nel Nuovo Mondo nel 1534 ed il primo volume dato alle stampe fu un catechismo bilingue in nahuatl e spagnolo. Ci fu subito quindi la volontà di familiarizzarsi con le lingue e le culture indigene. Le grammatiche redatte in questa epoca storica sono apprezzate, in genere, soltanto nella misura in cui offrono materiale relativo alle singole lingue anche se esse testimoniano dei primi tentativi di confronto su larga scala tra la tradizione linguistica europea e le lingue “esotiche”.
L’interesse degli spagnoli per le lingue mesoamericane può sembrare in contrasto con il loro poco interesse nei confronti sia di altre lingue straniere che della propria. E’ noto che quando nel 1492, Antonio de Nebrija scrisse una grammatica spagnola, la regina di Spagna gli chiese a cosa sarebbe servita. La grammatica del Nebrija fu il modello naturale cui si ispirarono i compilatori di grammatiche di lingue ignote. Non è difficile trovare esempi di lingue indigene forzosamente inserite in modelli latini come la presentazione di una declinazione nominale per il Matlatzinca o dei paradigmi verbali per lo Yucateco, sulla scia del latino. Un altro errore dal punto di vista linguistico-descrittivo fu quello di presumere che le lingue indigene avessero le stesse parti del discorso del latino oppure affermazioni quali “la lingua manca di sintassi” (questo era il risultato se si considerava la sintassi come l’uso dei casi e di tutte le concordanze tipiche del latino, che si rinvenivano in un numero molto esiguo di lingue).
Tuttavia, tali grammatiche furono utili manuali pratici per l’apprendimento delle lingue native ed i continui riferimenti al latino ed allo spagnolo furono un modo per fare linguistica comparativa ante litteram. I grammatici dell’epoca, comunque, si resero conto delle differenze di carattere strutturale, soprattutto quando presentavano i paradigmi verbali paragonandoli a quelli dello spagnolo. Questo fatto si può osservare nella presentazione dei paradigmi dell’ottativo nella prima descrizione grammaticale del Nahuatl. A tale proposito, nel 1578 il Córdova scrisse: «Seguono quindi i verbi e, per capirli, si è notato che questa lingua (lo zapoteco) ha verbi molto diversi e, tra questi, numerosi non sono utilizzati né in latino né nella nostra lingua». Quindi, non furono soltanto dei grammatici descrittivi quelli che si occuparono delle lingue del Nuovo Mondo ma anche profondi linguisti, in senso moderno, se si può rinvenire nelle loro opere, per esempio, la descrizione del tratto morfologico della transitività in nahuatl, per la cui descrizione essi inventarono una nuova terminologia: “compulsivo”, “applicativo” ecc. Nel 1558 il Gilberti riuscì a comprendere, in maniera eccellente, le particolarità delle espressioni di luogo in lingua tarasca e, riassumendo le peculiarità di tale lingua sottolineò che non era possibile dire di un oggetto semplicemente «mettilo lì», ma era necessario fare riferimento con il verbo alla forma dell’oggetto, alla posizione che avrebbe avuto una volta posato ed alla forma del luogo dove si sarebbe lasciato l’oggetto stesso. Ai missionari linguisti, spesso frati francescani, che studiarono quasi tutte le lingue mesoamericane, dobbiamo tutti gli studi moderni su tali lingue.




About a medieval ascetic treatise by Petrarch

19 10 2006

The De Vita Solitaria was written in 1337 when Petrarch (1304-1374) retired in Vaucluse. Its original core was composed during the Lent of 1346 when the author spent meditation days by Philip de Cabassolles’s, Bishop of Cavaillon, Vaucluse. The work remained for many years unfinished and in 1356 its copying was concluded and it could be presented to Philip. During his last years of life, Petrarch in peace with his moral, joined the notes concerning the life of Romualdino. “De vita solitaria” has a different style in comparison with “Secretum” and “De otio religioso”.We know the Poet intended to write a letter and then he wrote a treatise «putabam epistulam scribere, librum scripsi».(See “Senili,VI,5″)
It’s general opinion that in 1346 Petrarch composed the Book I and only later the Book II. An autobiographical value is attached to the last chapters of this work. It reveals a lot about the spiritual life of the great italian poet, his wandering and the doubts which tortured his life.
From the words of the poet we suppose he’d like to create a brotherhood by Philip de Cabassolles’s. With the Poet and Philip had to live Socrate, Ponzio Sansone, Guido Settimo. Petrarch wished to carry out in practice the ideal life he longed for. A few years before he declared his ideal life in a letter to Giacomo Colonna: ascetic loneliness encouraged by learning and studies. That dream could not be carried out because Philip de Cabassolles was more a political than an ascetic character. But when his dream of retiring in Cavaillon failed, the Poet hoped to make it real in a different way and together with Socrate he meant to settle in Montrieux Carthusian Monastery, by his brother Gerardo’s. The document was shown to Clemens VI on 8th september 1347. Hereby the most expressive passages:
«Supplicat S.V. devotus et humilis servus vester Franciscus Petracchus de Florentia, quatenus sibi in altero beneficiorum suorum non mutato ac prioris loci ipsius obtenta licentia ad quem ordinem, precipue propter germanus suum in eo professum vehementer afficitur residendo, beneficiorum suorum omnium, que nunc habet vel habebit in posterum, fructus, honores, redditus ac proventus, cotidianis distribucionibus dum taxat exceptis, perinde percipiat….
»item, quod similem sibi per omniam gratiam facientes in personam Ludovici Sanctus (Ludovico Sante, i.e. Socrate), clerici leodiensis, precarissimi socii et confamiliaris sui in domo domini Cardinalis (Cardinal Giovanni Colonna) et qui semper sibi extitit loco fratris et secum usque ad mortem inseparabiliter esse cupit, sed id neutri eorum potest contingere sine huiusmodi gratia et vestre clementie largitate». This is the request of Francis in order to live by Gerardo’s. Petrarch leaves towards Italy on 20th september 1347 and his unfulfilled desire didn’t correspond to his anxious life. The ideal of a sweet loneliness could be only temporary for him because he was not able to separate himself from the world. In these years Petrarch longed for a new settlement of his life, not incompatible with the intensions ripened during his spiritual crisis. A double soul was fighting in himself: the lone, the lover of the ascetic life and the man who wanted honours, approbation and wealth. In 1337 the poet tried to reconcile with the different feelings within himself, retiring in Vaucluse, a few miles from Avignon. It was a nice countryside place and not so far from the town where he could, from time to time, look after his own affairs. Two different spiritual worlds: Vaucluse and Avignon.
In 1346 preparing the return to Provence he wrote for Philip the letter in verses «Exul ab Italia furiis civilibus» in which we find the explicit hint to a life by the Bishop’s:
Rure tuo statui quae restant tempora vitae
Degere, nec bellis nec tristi turbida lite…

These verses are of extraordinary importance because they show Petrarch had this dream since long time. The chronology of this letter is 1351 or 1353.
The Poet thought he composed the core of “De vita solitaria” in Cavaillon and this hypothesis is confirmed in a passage of the Senili letters (XIII,11) he sent from Arquà on 26th june 1372 to Philip. Remembering his stay in Cavaillon at the time of writing “De vita solitaria” Petrarch writes: «Infiammato di ardore giovanile ogni giorno io cercava di presentarti qualche cosa di nuovo e con caldissimo affetto dettai per te i due libri della Vita solitaria».
When after twenty years Petrarch sent the work to Philip he dedicated it to him and he didn’t use the new title of Patriarch of Jerusalem, but utilised the title of Bishop of Cavaillon referring to the time his work was written «Ubi multa sunt propria illius tantum status ac temporis» (Cfr. The life of Solitude by Francis Petrarch, translated by J. Zeitlin, University of Illinois Press, Chicago,1924).




Production or perception in italian language today?

17 10 2006

According to the italian linguist Tullio De Mauro the panorama of the italian language isn’t so bright today. There are various gaps, the first of them is the great difference between the control the italian speakers have of the spoken language and the written language. 95% of italians have no doubts concerning the spoken language and they do love to chat and one evidence is that Italy has the highest average of handies in the world. On the othe hand, reading newspapers is not appreciated: in Italy just one newspaper every ten inhabitants is sold. The Italian Statistical Institute (ISTAT) revealed that only 10% of families spend some euros for non-school books each year. Only 19% of high income families has bought books. Reading is considered a school question. 95% of the population speaks italian, but only 30-50% of it loves reading. Without care a language looses fields of application. All languages risk to loose nuances, to integrate patterns from other languages when not used properly (usually uncorrect patterns,
see:
«Pizza da asporto» or « Pizza a portar via»!!).
Italians seize on foreign words for fashion influence and english loan words seem to bear some sort of prestige. An important feature of loan-words into italian is that brought into existence through the dictates of fashion, they are also subject to its fickleness. Senses and usages go in and out of fashion faster than dictionaries can keep up with them.
The key property of a rule-based system is the suppression of differences between individual examples and it treats all members of a group or class equally. By contrast, the memory-based system generalizes on the basis of resemblance to stored examples. We could say that italian speakers are conversationalist: they employ a relatively limited vocabulary and they are inclined to hedge their lexical choices and to be referentially inexplicit. A conversationalist makes considerable use of colloquial words and phrases. He creates relatively brief intonation units, which they chain together and interacts with the audiences showing ego-involvement. Furthermore, a conversationalist talks frequently about specific times and places. The above mentioned properties are appropriate to language that is produced rapidly in an environment where the immediate presence of audience plays an important role.
And it’s interesting that one of the features of italian language today is the presence and abundance of foreign loan-words: claim, insider-trading, management, cash-flow, software, hardware, tour-operator and so on, and so on. These foreign terms are completely integrated and are part of everyday colloquial italian, and their pronunciation is often italianized. The questions are: are foreign words useful to the understanding or they are a hindrance? Can an incorrectly speaking population integrate foreign cultures?




Morfologia del verbo in lingua suomi

16 10 2006

In finlandese, suomi, esistono due forme verbali: la forma finita e la forma verbale non finita. In una, nella forma finita, l’idea di compimento dell’azione è necessariamente più forte, più dinamica.
Le forme finite del verbo terminano con la desinenza personale: tule-n, tule-t, tule-e e si coniugano nel tempo, nel modo e nella forma passiva. Nelle forme passive sono presenti due desinenze, la desinenza del passivo e la desinenza personale. Esiste una desinenza personale per ogni persona grammaticale: puhu-n, puhu-t, puhu-u, puhu-mme, puhu-tte, puhu-vat.
Per quanto riguarda il tempo, in finlandese esistono due tempi semplici, il presente ed il passato, dato dall’imperfetto. L’imperfetto presenta una propria caratteristica -i-alla quale si aggiungono le desinenze personali.
Presente Imperfetto

minä puhu-n / minä puhu-i-n
sinä puhu-t / sinä puhu-i-t
he sano-vat / he sano-i-vat
te seiso-tte / te seiso-i-tte

In finlandese esistono quattro modi che esprimono il modo del parlante di atteggiarsi nei confronti del contenuto del messaggio:
indicativo -
condizionale -isi-
potenziale -ne-
imperativo.

L’indicativo è il più generico dei modi, è privo di caratteristica e rappresenta il fatto come avvenimento o fattispecie. L’uso più comune del condizionale è, invece, simile a quello dell’inglese should, dello svedese skulle e del congiuntivo tedesco. Il potenziale è un modo raramente utilizzato e piuttosto raffinato, con il quale un fatto si presenta come possibile.Il quarto modo, l’imperativo è, in un certo senso, un caso speciale dato che le sue forme della coniugazione sovente si confondono con le desinenze personali.
1^ pers. – sano-kaaamme (diciamo!)
2^ pers. sano (dici!) sano-kaa (dite!)
3^ pers. sano-koon (dica!) sano-koot (dicano!)
Le desinenze personali si aggiungono alle desinenze del modo.
A causa dell’armonia vocalica, a vocali anteriori seguono vocali anteriori e a vocali posteriori seguono vocali posteriori, anche la desinenza dell’imperativo può variare: vie-köön, vie-käämme. E’ interessante che la terza persona dell’imperativo è utilizzata per esprimere un desiderio e non un ordine.
Le forme del passivo indicano l’indeterminatezza di chi compie un’azione. Le desinenze del passivo sono -tta-/-ttä- e -ta-/-tä-, il cui comportamento dipende dalla struttura della radice che le precede. Tali desinenze si aggiungono alla radice del verbo. Anche le desinenze temporali e modali si aggiungono alla desinenza del passivo seguite, se è il caso, dalle desinenze personali. E’ questo un ottimo esempio di come funziona una lingua agglutinante.
Forma attiva – Forma passiva
sano-n / sano-ta-an
sano-isi-n / sano-tta-isi-in

Per quanto riguarda le forme verbali non finite è interessante il fatto che non presentano desinenze personali.
La loro struttura è data da:
radice+passivo+desinenza del non finito+numero+caso+possessivo+enclitica.
Le forme non finite sono tipiche dell’infinito e del participio. Alcune forme non finite possono coniugarsi, alla maniera dei verbi finiti, al passivo (i participi e gli inessivi dell’infinito secondo). In maniera diversa dai verbi finiti, ma alla stregua dei sostantivi, le forme non finite presentano la desinenza del caso ed il suffisso personale. I participi devono declinarsi anche nel numero. Gli infiniti “non finiti” pongono non pochi problemi di filosofia del linguaggio. Comunque, in via descrittiva, si può notare che l’infinito primo è quello più comune e corrisponde alla forma del verbo che si trova nel dizionario. L’infinito primo può presentare solo due dei sedici casi circa del finlandese (il nominativo ed il traslativo). L’infinito secondo può presentare solo il caso inessivo ed il caso strumentale, mentre l’infinito terzo ha fino a sei casi (inessivo, elativo, illativo, adessivo, abessivo, strumentale). Gli infiniti non hanno la forma plurale, ma possono avere la particella possessiva.
Il participio in finlandese può essere presente e perfetto ed ha quasi la stessa funzione dei comuni aggettivi, anche se può presentare forme passive.
Le forme dei participi hanno le seguenti desinenze funzionali:
presente -va/-vä juo-va, syö-vä
perfetto -nut/-nyt juo-nut, syö-nyt.

In una lingua dal sistema verbale così complesso è evidente la possibilità che ha il parlante di utilizzare ed esprimere flussi di esperienza linguisticamente diversi, sovente non facilmente traducibili.




La famiglia delle lingue uraliche

15 10 2006

La derivazione delle lingue uraliche da una Ursprache non può essere confutata su basi serie. Numerose sono le interpretazioni concernenti l’albero genealogico di tale famiglia linguistica. Sono interessanti le teorie proposte, abbastanza recentemente, dall’estone Tiit-Rein Vitso e dal britannico Daniel Abondolo che hanno ipotizzato un albero in cui dal protouralico si diramano le lingue finniche, le lingue balto-finniche, le lingue mordvine, le lingue mari, le lingue permiane, le lingue ugriche e le lingue samojede. In questa concezione le lingue geograficamente periferiche, sarebbero state le prime a staccarsi dal nucleo protouralico.
Molti studiosi, tra cui il finlandese Tapani Salminen, non ritengono motivata, tra l’altro, l’ipotesi delle protolingue intermedie, cioè della radicale dicotomia della famiglia linguistica in un ramo finno-ugrico e in uno samojedo. Probabilmente, il protouralico era parlato circa seimila anni fa nell’Eurasia settentrionale. Purtroppo ci troviamo in un campo in cui con l’aiuto della glottocronologia si è riusciti a creare liste di parole dal vocabolario delle più accessibili lingue affini (le radici dell’uralico sono poco più di un centinaio), ma restano ancora lacunose la pronuncia e le combinazioni fonetiche.
Le ricostruzioni del protoutalico ricordano spesso la lingua finlandese che è una lingua conservatrice, soprattutto dal punto di vista fonetico. Anche le lingue samojede offrono un supporto a tali ricostruzioni per la loro caratteristica conservatrice. Si può sostenere ancora oggi che, dal punto di vista della fonetica diacronica uralica, le lingue che presentano maggiori problematiche per gli studiosi sono: le lingue volgaiche, le lingue permiane e le lingue ugriche. E sono il sistema vocalico ed il sistema consonantico i punti nodali della storia della fonetica uralica.




Non distruggete l’opera millenaria degli Ingegneri delle lingue

10 10 2006

Il linguista francese Claude Hagège, ha proposto, con l’eleganza di un accademico del Collège de France, di denominare i parlanti delle lingue della razza umana,”Ingénieurs de langues”, ingegneri delle lingue. E ciò perché sono i parlanti, in seno alle società umane, a creare le lingue. Infatti, le lingue non si costruiscono da sole. Anche sulla base delle ricerche di Noam Chomsky, esistono attualmente serie ragioni teoriche a favore dell’ipotesi secondo la quale le strutture del linguaggio appartengono alla sfera dell’inconscio, quasi fossero idee innate. Questa infrastruttura innata risponde, in maniera molto efficace, ai bisogni comunicativi ed espressivi degli esseri umani che vivono in società. E gli ingegneri delle lingue sono molto attenti a trarre vantaggio dall’efficacia di tale sistema soprattutto per trasmettere e ricevere messaggi. E proprio il campo lessicale è quello in cui la motivazione umana alla creazione ingegneristica è più forte. Le lingue possono essere considerate alla stregua di schemi nei quali si è inserita la civiltà. Di qui l’importanza dell’analisi e dello studio delle lingue che va dalle scienze cognitive alla cibernetica.
Putroppo, con la morte di una lingua muore un cosmo. Ogni anno nel mondo le lingue si estinguono. Un servizio del settimanale tedesco Der Spiegel (n.40 del 2 ottobre 2006) si intitola “Deutsch for sale” e si chiede, in maniera certo provocatoria, se anche la lingua che fu di Goethe, Leibnitz, Einstein, Schopenhauer, Hegel, Marx, Thomas Mann, Kafka, Rilke e tantissimi altri è destinata all’estinzione sotto i colpi della globalizzazione e del dominio assoluto dell’inglese. Il settimanale tedesco porta ad esempio la lingua Nhanda, una delle oltre duecentocinquanta lingue parlate in Australia e della sua forse ultima parlante, Lucy Ryder. L’antropologa americana Juliette Blevins si dedicò al Nhanda e viaggiò per tre anni con Lucy attraverso l’Australia occidentale cercando di salvare il mondo linguistico della lingua Nhanda. Oggi la lingua Nhanda sopravvive, conservata in incisioni su nastri, tradotta e studiata dal punto di vista grammaticale presso il Max-Planck Institut per l’antropologia evoluzionista di Lipsia. Il destino della quasi estinta, o estinta, lingua Nhanda sarà condiviso dalle 6500 lingue conosciute nel mondo. Nel corso di un secolo forse ne resteranno duemila. Secondo una previsione più pessimistica, invece, l’80% delle lingue del pianeta è minacciato di estinzione.
Nello stato di eccezione che si sta vivendo è il caso di mutare strategia e cominciare a salvare lingue e linguaggi. Per non lasciar morire, per non distruggere in maniera colpevole l’opera millenaria degli ingegneri delle lingue.