Apprendere le lingue straniere, fare chiarezza sulla natura dei pensieri

28 11 2006

Oggi si sente molto la necessità di apprendere una o più lingue straniere, un po’ per viaggiare un po’ a causa della globalizzazione. Ma l’apprendimento di una lingua straniera può aiutare a fare chiarezza sulla logica che sostiene i nostri pensieri. Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf le lingue modellano la percezione che il parlante ha della realtà. Apprendendo una lingua straniera si apprende attraverso la lingua ed intorno a quella lingua, il che significa trattare come complementari tali due aspetti che poi finiscono per essere interdipendenti. L’apprendimento attraverso la lingua implica un approccio crescente ai contesti della vita quotidiana e professionale: è un apprendimento attivo. Le risorse per l’apprendimento si identificano con una serie di reti di opzioni di significato e la cosiddetta metafunzione ideazionale implica la costruzione della nostra esperienza sia del mondo che ci circonda che del mondo interiore. I significati che si vanno a costruire diventano poi il flusso di informazioni, la cosiddetta metafunzione testuale. Apprendendo una lingua si percorrono “stratificazioni”: è necessario affrontare le risorse offerte da tutti gli strati della lingua dalla fonetica alla lessicologia, dalla semantica al contesto. La frase è parte di un linguaggio più ampio ed è necessario concentrarsi non solo sulla maniera di parlare, ma su come concepire il mondo nella lingua che si sta apprendendo. E quelle che sembrano questioni di dettaglio possono sostanziarsi nel nuovo modo di pensare offertoci dalla lingua straniera che si sta apprendendo.




Il ciclo del Sampo nel poema finlandese Kalevala

26 11 2006

L’epos del Sampo, trasmesso attraverso la tradizione orale, ed inserito nel poema Kalevala da Elias Lonnrot in epoca romantica, avvalora la cosiddetta “teoria sciamanica” già teorizzata dallo studioso Matti Haavio intorno al 1950. In particolare, il Runo XXXIX, presenta il tema della costruzione della nave sulla quale prenderanno posto gli eroi che andranno alla conquista del mitico oggetto: il Sampo.
Si tratta di un canto che, evidentemente, ha la sua origine in un ambiente di marinai, proprio della Finlandia occidentale, ma non estraneo neppure ai careliani, i quali avevano familiarità con il Mare di Carelia, il Lago Ladoga ed il Mar Glaciale Artico. E’ interessante notare che i prestiti di origine scandinava nel Kalevala risalgono al XIII secolo, epoca della grande potenza careliana che si diramava fino all’Ostrobotnia settentrionale. Gli studi del Comparetti hanno dimostrato che l’avventura della conquista del Sampo costituisce un’unità indipendente (come il viaggio di Ulisse nell’Ade nell’Odissea), una formazione mitica che non ha prodotto ulteriori azioni narrative e che, in maniera più o meno coerente, fu adottata dalla tradizione. Il periodo di composizione dei “runot” del Sampo è da collocarsi nella Media Età del Ferro ovvero all’inizio dell’epoca vichinga. Tale ipotesi, gode, tra l’altro, anche del supporto dei ritrovamenti archeologici e, lo spirito bellico che pervade tali canti ben riflette le inquietudini del tempo. Il materiale poetico del ciclo del Sampo trova un termine di paragone nei Troll-songs norvegesi che si rifanno alle saghe nordiche precedenti alla colonizzazione dell’Islanda le saghe Fornaldar.
La descrizione dei viaggi verso una mitica terra settentrionale costituisce un Leitmotiv nelle Fornaldar e nei Troll-songs. Questa mitica landa dai nomi di Trollebotten, Bottnar, Skumeheim, Nordbotn è abitata dalla strega Gygr. Sovente la finalità del viaggio in quella terra misteriosa è quella di riscattare una fanciulla che vi è tenuta prigioniera. Altre volte, come nella Bosa Saga, il fine è quello di impossessarsi dell’uovo d’oro dell’uccello Gamar. I viaggi verso il Nord vedono, di solito, due eroi uniti da vincoli di fratellanza. Nella Saga Bosa un eroe chiamato Smidr abbatte con la sua spada magica il suo più pericoloso avversario trasformatosi in dragone volante (Flogreki). Le similitudini tra il Ciclo del Sampo nel Kalevala e le saghe Fornaldar, acutamente evidenziate dallo studioso Nils Lid sono di estremo interesse ed è probabile che il genere narrativo delle Fornaldar sia la fonte del Ciclo del Sampo. L’eroe principale del Ciclo del Sampo nel poema finlandese Kalevala è il fabbro Ilmarinen e, a tale proposito, è possibile rifarsi allo sciamanismo. Il significato del “fabbro” nello sciamanismo asiatico, in particolare del “fabbro celeste”, ricorda l’arkhi-tekton del cosmo. Esistono molti rappresentanti mitopoietici del Deus faber, che racchiudono entrambe le funzioni di architetto e di fabbro: il greco Efesto, che costruisce dimore stellate per gli dei e per loro forgia capolavori, e Koshar-wa-Hasis di Ras Shamra che edifica il palazzo di Baal. I miti del popolo yakuto affermano che “Il fabbro e lo sciamano provengono dallo stesso nido” e aggiungono che “il fabbro è il fratello maggiore dello sciamano”. Il ciclo del Sampo del Kalevala presenta motivi di tipo sciamanico che possono aver raggiunto la Fenno-Scandia partendo da lontano e che, poi, sono stati recepiti come “poesia popolare”. Già gli editori del Kalevala avevano percepito nei versi del Sampo un sostrato sciamanico, una sorta di “religione primitiva”. E in epoca romantica tutto ciò corrispondeva al senso del magico, istintuale e primitivo, che poteva rinvenirsi nei cinque continenti e che era associato al cosiddetto “medicine-man”. Laszlo Vajda nel suo studio “Zur phraseologischen Stellung des Schamanismus” ha sostenuto che è inammissibile ridurre lo sciamanismo ai ricordi dell’Angekok eschimese o ad una “tecnica estatica indotta” tout court ovvero far derivare tale fenomeno genericamente dall’Asia settentrionale. “Sciamano” è una parola di origine tungusa. Lo sciamanismo ha il suo epicentro nell’Asia uralo-altaica, ma è un fenomeno culturale di grande complessità la cui comprensione non si esaurisce nei campi della psicologia e della sociologia, ma necessita dell’etnologia e dell’interdisciplinarità delle scienze sociali.
Riferimenti: Kalevala




The aspect of beginning of a state: inchoative verbs

24 11 2006

Situating an event in time requires two kinds of fundamental information. It requires identifying when in time the event happend and specifying how in time an event happened. Languages may mark the beginning of events and all inchoative verbs encode a change-of-state via a BECOME operator. Russian has an inchoative prefix which marks the beginning of an event: pisat’: to write; za-pisat’: to begin writing. In Latin the aspect of a beginning of a state was given by verbs with infix -sc-, which could freely be added to verbs modifying their meaning to inchoative. An explanation for semantic change in Latin from inchoative to unspecified is that many of the inchoative -sc-forms were regularly “over-used” in spoken Latin to refer to events which in reality were not incipient. Cognitive linguistics refers that incipient events are perceived as more dynamic than events which are not specified from the point of view of aspect. Another theory about “over-using” of -sc- infix is that latin verbs of the 4th conjugation do not bear the stress on the same syllable in the conjugated forms of the present tense, thus to rectify this phonological irregularity, the inchoative infix -sc- was introduced into the paradigm of popular speech. Many verbs of the 3rd italian conjugation (id est the 4th of Latin) have incorporated the inchoative infix -sc- in the present tense: Finire ire + sc > finisco.
Movement and beginning seem to be in contiguity. The beginning of an action is not abstract if the action itself is of concrete nature. Movement is an important manifestation of beginning: the impulse of the agent who moves towards the action will be easier to perceive than the beginning itself.




Miti cosmogonici: dall’axis mundi all’earth diver

21 11 2006

I miti cosmogonici sono miti originari o “proto-miti” ai quali sono collegati la maggior parte dei simboli e delle narrazioni mitiche. L’asse del mondo “axis mundi”, la montagna del mondo o l’albero del mondo sono soltanto alcuni esempi di simboli che hanno influenzato molteplici generi di poesia orale. Non è stata soltanto la morfologia o la funzione come centro dell’universo che hanno reso l’asse, la montagna o l’albero tanto diffusi geograficamente: è l’autorità insita nel mito della creazione del mondo che ha sempre attratto il poeta o il cantore imponendogli l’uso quasi canonico di tali simboli. La tradizione finno-ugrica ci offre il mito cosmogonico dell’earth diver (di solito un uccello) e dell’uovo primordiale. Nella struttura del mito dell’earth diver, la Divinità Suprema ordina al diavolo (in origine un uccello acquatico) di andare a prendere la terra dal mare primordiale. Al terzo tentativo il diavolo ce la fa, ma nasconde in bocca della terra. Quando il creatore comincia a spargere la sabbia e la terra comincia a formarsi, l’inganno del diavolo viene smascherato ed il terriccio nascosto in bocca dal trickster comincia ad accrescersi formando monti e colline. La struttura di tale mito è nota dalle regioni del fiume Ob in Siberia ed attraversando la Russia settentrionale si rinviene fino in Finlandia e a meridione si ritrova tra i mordvini, nella regione del Volga. Una variante di tale mito, proveniente dalla Finlandia orientale, ci offre un interessante approccio filosofico sull’origine del bene e del male nonché una versione dicotomica di tutto l’ordine del cosmo, quasi uno ying/yang cosmico.”Il creatore se ne stava sulla sommità di un pilastro d’oro piantato nel mare. Ad un certo punto del tempo ordina alla sua immagine riflessa nell’acqua di alzarsi ed in quel modo creò il diavolo”.
D’altra parte il mito dell’uovo primordiale è ampiamente diffuso dal Mediterraneo orientale all’India, dal Giappone alla Polinesia ed al Perù. I punti più settentrionali di diffusione di tale mito sono l’Estonia e la Finlandia. Nella versione finno-estone del mito un uccello acquatico ovvero un’aquila nidifica sul ginocchio del creatore che se ne sta disteso a fluttuare sulle acque. L’uovo lasciato dall’uccello rotola in acqua e si rompe. I pezzi dell’uovo si trasformano in terra, cielo, luna e stelle. Il mare risulta elemento centrale anche per i miti dei mansi, dei mari, dei mordvini e dei careliani che si incentrano sulla creazione dell’uomo. La struttura di questo mito si distingue sempre chiaramente al variare dei dettagli poetici che vengono aggiunti per cantarli.




L’islandese una lingua che si difende bene

15 11 2006

Una lingua che annovera pochi parlanti ma che ha una grande tradizione letteraria. La Heimskringla Saga e tutta la letteratura in islandese è stata importante sia per il mondo dell’Europa settentrionale che per la cultura europea tout court.
Per difendere l’islandese e la propria identità culturale, inscindibile dalla lingua, gli islandesi hanno istituito il Comitato per la lingua islandese. Ma se si pensa che anche i francesi, che non sono un piccolo popolo, hanno il loro Ministero per la Francofonia… Comunque, il Comitato di cui sopra si occupa di coltivare e proteggere la lingua islandese promuovendone la posizione in tutti i campi. Per far ciò il Comitato agisce ai sensi della Legge No.2/1990 e successive modificazioni. Il Comitato per la lingua islandese, oltre ad essere organo consultivo del governo per le materie linguistiche, si occupa anche di aggiornare il vocabolario e di creare nuova terminologia. Il Comitato opera presso il Centro per la lingua islandese e collabora con l’Università dell’Islanda. Il bilancio del Comitato per l’anno 2002 era di 16.6 milioni di corone islandesi (1 corona islandese è pari a circa 90 centesimi di euro).
L’amore che gli islandesi dimostrano per la loro lingua è tale che, il 16 di novembre (a partire dal 1995), è stato consacrato giorno della lingua islandese. In questa data, giorno natale del poeta dell’Ottocento Jónas Hallgrímsson, il Ministero della Cultura islandese organizza campagne per la promozione della lingua. E’ questo il modo migliore che i discendenti dei vichinghi hanno per onorare i propri antenati e combattere la monoglossia imperante.




Il duale in lappone: influsso esterno o tratto conservativo?

14 11 2006

Le relazioni ed i contatti tra i lapponi ed i popoli loro vicini, in particolare i baltofinnici, hanno destato da sempre l’interesse dei linguisti. Il nocciolo del problema è che, mentre le lingue finno-ugriche ed il lappone appartengono alla stessa famiglia linguistica, i popoli che utilizzano tali lingue appartengono a razze differenti. Comunque, è interessante comparare alcuni tratti del lappone e delle lingue baltofinniche, cioè finlandese, estone, ingrico, careliano, ludico, livvi, oloneziano (careliano di Aunus), livoniano, vepso, vöro, votico. I due tratti che legano il lappone e le lingue baltofinniche sono la gradazione consonantica e la labializzazione delle vocali dell’ultima sillaba per es. fin. pato > lappone buod’d'o fin. kutsu > lapp. Goc’co. Ma, nell’ipotesi che il baltofinnico ed il lappone si rifacciano al protofinnico (lingua ricostruita con il metodo storico-comparativo) va anche ritenuto che quest’ultima lingua dovessse essere più prossima alla protolingua finno-volgaica. Le lingue balto-finniche hanno perso i tratti volgaici e quelli comuni alle lingue più lontane della stessa famiglia, mentre il lappone avrebbe conservato tali tratti. E’ però fuorviante vedere in ogni peculiarità morfologica, che non trova riscontro nelle lingue baltofinniche, una prova della diversità del lappone. La linea di demarcazione tra lappone e lingue baltofinniche è data dal duale, presente in lappone e assente nelle altre lingue, che rappresenta il fenomeno di separazione più importante nella loro morfologia. In lappone il duale si rinviene nei pronomi personali, nei suffissi possessivi e nelle forme finite del verbo. La N costituisce la caratteristica, nelle desinenze personali e nei suffissi possessivi, del duale protolappone, ed in molti dialetti lapponi essa si è conservata. Tale N si è voluta mettere in relazione con la N delle forme duali dell’ostiaco. Infatti, soltanto nei dialetti del lappone occidentale si riscontrano, in alcune forme della terza persona del duale, la G e la K (es. Mânâigâ/N/ > “loro due vanno” Mânnuskân “vadano loro due”) che non vanno messe in relazione con le caratteristiche del duale delle lingue samojede ed obugriche (ostiaco e vogulo g’) samojedo g,k, ma vanno relazionate con la K del suffisso possessivo della terza persona del plurale lappone SEK al quale nelle forme dialettali si unisce una N. Va osservato che nel gruppo delle varianti di molte desinenze personali e nei suffissi possessivi del plurale baltofinnico si riscontrano corrispondenze fonetiche con i suffissi del plurale e del duale lappone.
Si è dedotto che il protofinnico ha conosciuto una flessione duale ancora presente in lappone. Tale duale si sarebbe perduto in una forma tarda di protofinnico, ma i suoi suffissi si sarebbero conservati nelle lingue baltofinniche, in parte nella flessione del singolare, in parte in quella del plurale. Per tutte le forme del duale lappone si sono trovati tratti corrispondenti nelle lingue baltofinniche e ciò ci consente di non andare a ricercare l’origine del lappone lontano dall’area geografica dei suoi vicini, tra le lingue siberiane. Il lappone si fa risalire al sistema protofinnico. Le parole lapponi di origine baltica come duow’le “sostanza facilmente infiammabile” cfr. protofinnico *Takla) hanno subito tutti i mutamenti fonetici tipici delle lingue sorelle.
Riferimenti: Mikko Korhonen




Il tocario, una lingua indoeuropea nel Turkestan cinese

9 11 2006

La lingua tocaria appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea ed era parlata da quelle popolazioni dell’attuale Turkestan cinese che lo storico Claudio Tolomeo (90-168 d.C.) denominò Tokheroi. Il Turkestan cinese o Sinkiang è una vasta zona della Cina, delimitata a sud dal Tibet e dal Karakoram, a nord dalla Mongolia, ad oriente dal deserto del Gobi e ad occidente dal Kazakstan. In lingua tocaria ci sono rimasti numerosi scritti buddisti provenienti, per lo più, dalle città di Turfan e Kùche. La scoperta del tocario come lingua indoeuropea è stata rivoluzionaria sia per gli storici che per i linguisti, in quanto essa rappresenta tale famiglia linguistica nel cuore dell’Asia, cioè in un’area geografica che assolutamente non le appartiene. Tale lingua, nelle sue varianti di tocario A e tocario B si estinse intorno all’VIII secolo della nostra era. La variante detta tocario A è nota attraverso i testi rinvenuti nei pressi delle città di Karashar e di Turfan e, da quest’ultima località, il tocario A prende anche il nome di turfaniano. Il tocario B è noto anche come kuceano, in quanto i testi in tale variante sono stati rinvenuti nei pressi della città di Kùche.
Il sistema di scrittura kuceano, da sinistra a destra, è un sistema sillabico e deriva dalla scrittura gupta. E’ storicamente appurato che il popolo che parlava tocario ebbe contatti con i cinesi poiché le loro cronache menzionano un gruppo di nomadi alla frontiera occidentale chiamato Hsiung-nu, identificati con gli unni. Tali Hsiung-nu, secondo le fonti cinesi, presero il posto dei Yuezhi che scapparono dal Bacino del Tarim. Erano questi Yuezhi che parlavano il tocario. Il censimento della dinastia Han (208 a.C.-8 d.C.) indica in 100.000 persone gli abitanti di Kùche, un quinto dei quali erano dediti all’arte della guerra.
E’ un altro dato interessante quello che le monete degli Yuezhi imitavano nella fattura e nell’iconografia le monete del re greco-battriano Heliocles del 20 a.C. Infatti, per circa un secolo, re greci, partendo dalla Battriana, si dedicarono a scorrerie nel Nord dell’India (250-130 a.C) e probabilmente anche nel Sinkiang.
Il sistema dei numerali in tocario A e B mostra evidenti analogie con quello delle altre lingue indoeuropee: 1. sas, se; 2. wu, wi; 3. tre, trai; 4. stwar, stwer; 5. pan, pis; 6. sak, skas; 7. spat, sukyt; 8. okat, okt; 9. nu, nu; 10. sak, sak; 100. Kant, kante.
Anche la comparazione tra alcune parole del tocario e del latino desta stupore per la somoglianza:
tocario pacer > latino pater; toc. macer > lat. mater; toc. procer > lat. frater; toc. ser > lat. soror; toc. suwo > lat. sus.
In breve, poi, le proprietà del verbo in tocario sono: tre numeri, singolare, duale e plurale; tre persone, due tempi: passato e non passato. Quattro modi: indicativo, ottativo, imperativo e congiuntivo; due forme: attiva e medio passiva.
Il territorio dove si parlava il tocario è oggi abitato dal popolo uiguro, un popolo rigorosamente mussulmano che parla una lingua imparentata con il turco antico.
Riferimenti: F: TITUS Tocharianmanuscript.THT.htm




Alla ricerca di lontanissime parentele linguistiche

6 11 2006

Ricostruire protolingue è come tentare di ricomporre un puzzle fatto da milioni di tessere che sono state sparse in territori vastissimi. Significa anche intraprendere viaggi nel tempo e nello spazio della storia dell’umanità. E’ affascinante ripercorrere, per esempio, la storia di chi ha voluto vedere, in epoche lontanissime, la vicinanza di famiglie linguistiche quali l’indoeuropea, l’uralica, l’altaica e la yukaghir, oggi separate da immense distanze geografiche e culturali.Negli ultimi cinquanta anni, il linguista che ha offerto il maggior contributo a questa disciplina è stato, tout court, lo svedese Björn Collinder, il quale giunse alla conclusione che le famiglie linguistiche indoeuropea, uralica, altaica e yukaghir mostravano, nella fase ricostruita di protolingua, somiglianze tali da non poter essere frutto esclusivo del caso.
La comparazione linguistica tra le lingue uraliche e le lingue indoeuropee fu iniziata, utilizzando una metodologia scientifica, da Nicolai Anderson la cui opera Studien zur Vergleichung der indogermanischen und finnisch-ugrischen Sprachen fu data alle stampe nel 1879.
Sulla base della teoria dell’Anderson, sull’originaria parentela tra le famiglie linguistiche indoeuropea ed uralica, seguirono gli studi di Henry Sweet, di K.B.Wiklund e di Björn Collinder. Altra opera fondamentale per gli studi sulla parentela linguistica uralo-altaica è quella dello W.Schott «Versuch über die tatarischen Sprachen» (1836). Allo Schott si sono rifatti famosi studiosi quali M.A. Castrén, F.J.Wiedermann, Bernát Munkácsi, Heinrich Winkler, Zoltán Gombocz, D.R.Fokos-Fuchs, B.Collinder ed il Räsänen.
Ma va sottolineato che si deve soprattutto a Björn Collinder ed a Karl Bouda l’aver postulato una parentela tra le lingue uraliche e la famiglia linguistica yukaghir, le cui lingue, parlate lungo il corso del fiume Kolyma, in Siberia, sono ormai ridotte allo yukaghir settentrionale, detto anche “odul”, ed allo yukaghir meridionale o “kolym”.
Questi linguisti hanno, in ogni caso, il fascino di grandi cercatori di arche perdute.

Riferimenti: B.Collinder, Fenno-ugric Vocabulary