Il Trentanovesimo canto del Kalevala: tra saghe nordiche ed epos sciamanico

30 01 2007

Il Trentanovesimo runo (canto) del poema nazionale finlandese Kalevala fu studiato dal geniale filologo italiano Domenico Comparetti che, a proposito della parte del poema che ha preso il nome di Ciclo del Sampo, disse: « è quello che dà la nota fondamentale a tutto il Kalevala e colle sue parti distribuite pel poema, combinate con altri canti di varia specie e soggetto ne costituisce il filo di connessione». Il poema epico finlandese, a poco più di un secolo e mezzo dalla sua pubblicazione, è un’opera che ancora oggi è capace di evocare suggestioni ed immagini di un mondo arcaico, popolato di maghi prodigiosi ed ardimentosi eroi. Il medico e folklorista finlandese Elias Lönnrot (1802-1884) pubblicò la sua raccolta di canti popolari finlandesi in una prima edizione del 1835 che fu seguita, nel 1849, dall’edizione definitiva edita dalla Suomalaisen Kirjallisuuden Seura (Società della Letteratura Finlandese) in Helsinki. L’opera meritoria del Lönnrot fu, essenzialmente, quella di collazionare e coordinare in un unico poema di oltre ventimilasettecento versi il materiale che era andato raccogliendo dalla viva voce dei “laulajat”, gli aedi finnici.
Nel Runo XXXIX si vedono in azione i due eroi principali del poema Kalevala: Väinämöinen ed Ilmarinen, il primo dotato di poteri magici, sapiente, saggio e in combutta con il soprannaturale. Il secondo, invece, il “fabbro” Ilmarinen non è semplicemente un artigiano ma, nella concezione dello sciamanismo asiatico rappresenta il mitologema del Fabbro-celeste, l’Architekton del cosmo. Egli è paragonabile al “Deus Faber”, ad Efesto, a Koshar-wa-Hasis di Ras Shamra.

Il XXXIX Runo del Kalevala

Il vecchio, saggio Väinämöinen
si espresse con tali parole:
“O fabbro Ilmarinen!
Partiamo alla volta di Pohjola
per carpire il buon sampo,
per contemplare il suo coperchio!”
Il fabbro Ilmarinen
così dicendo proferì parola:
“E’ impossibile carpire il sampo,
portar via il suo coperchio
da Pohjola la tenebrosa,
dalla brumosa Sariola!
Colà il sampo è stato messo,
il coperchio portato
dentro un colle di Pohjola,
in una montagna di rame
dietro nove chiavistelli;
lì ha messo le radici
nel profondo nove braccia,
nella terra una radice,
l’altra in un vortice d’acqua
e la terza dov’è la casa”.
Fece il vecchio Väinämöinen:
“Fratello fabbro, fratello mio!
Partiamo per Pohjola
e quel sampo faremo nostro!
Armiamo una grande nave
nella quale il sampo porteremo via
il coperchio carpiremo
da quel colle di Pohjola,
da quel monte di rame
da dietro i nove chiavistelli!”.
Rispose il fabbro Ilmarinen:
“Più sicuro è il viaggio per terra.
Vada il diavolo per mare,
la morte per il vasto flutto!
Là ci scuoterebbe il vento,
ci sferzerebbe la burrasca,
le nostre dita cambierebbe in remi,
in timoni le nostre palme”.
Disse il vecchio Väinämöinen:
“Per terra più fidato è il viaggio,
più sicuro e più arduo,
e peraltro più tortuoso.
Sulle acque lieve è il battello,
silente scivola lo scafo,
facendo brillare i flutti sterminati,
seguendo le limpide falde:
il vento sospinge la barca,
l’onda la guida,
il ponente la fa ondeggiare,
il levante la fa avanzare.
A ogni modo
se per mare non hai voglia,
sia per terra il nostro viaggio,
le sponde percorreremo a fatica!
Ora, forgia per me una nuova spada,
fammi un gladio dalla lama fiammante,
con cui poter scacciare i cani
ed espellere di Pohjola il popolo
mentre vado a carpire il sampo
lì nel gelido borgo,
nell’oscura Pohjola,
nella brumosa Sariola!”.
Allora il fabbro Ilmarinen,
l’artigiano immortale,
gettò ferro nel fuoco,
acciaio nella brace,
un pugno pieno d’oro
e d’argento una manciata.
Dispose gli schiavi a soffiare,
gli operai ad attizzare.
Con forza soffiarono gli schiavi,
bene spinsero gli operai:
fuse il ferro come semola,
si piegò come pasta l’acciaio,
brillò l’argento come acqua,
fluttuò l’oro ondeggiando.
Indi il fabbro Ilmarinen,
l’immortale artigiano,
guardò sotto la sua forgia,
ai lati del mantice:
vide nascere la spada
e formarsi l’elsa d’oro.
Tolse dal fuoco la materia,
portò l’utile amalgama
dalla fornace all’incudine,
sotto i magli, sotto i martelli.
Forgiò la spada che in mente avea,
di tutte le lame la migliore
che guarnì d’oro
e rifinì d’argento.
Il vecchio e saggio Väinämöinen
venne ad ammirarla.
Nella destra brandì
il gladio dalla lama fiammante.
La osservò, la rivoltò,
così disse, pronunciò queste parole:
“S’addice a un uomo questa spada
e la lama a chi la porta?”.
Era proprio un ferro da uomo,
una lama per chi la brandiva,
dalla punta rifulgea la luna,
brillava il sole dalla lama,
dall’elsa scintillavan le stelle
sul piatto un cavallo nitriva,
sulla coccia miagolava un gatto,
latrava un cane sul fodero.
Agitò poi la sua spada
nella crepa d’un monte di ferro.
Si espresse indi con queste parole:
“Io stesso con questa lama
anche i monti abbatterei
e le rupi farei in due!”.
Il fabbro Ilmarinen
si pronunciò così:
“Me misero, come
impotente, mi difenderò,
mi riparerò e mi proteggerò
contro i pericoli di terra e acqua?
Col sortilegio farò d’osso una corazza,
indosserò di ferro una camicia,
mi cingerò d’una cinta d’acciaio?
E’ più forte l’uomo nella corazza d’osso,
nella camicia di ferro più prode
è più robusto cinto d’acciaio”.
Giunse l’ora di partire,
uniti s’affrettarono ad andare.
Il vecchio Väinämöinen,
con il fabbro Ilmarinen
partirono in cerca di un corsiero
dal fulvo crine tra le orecchie,
un puledro con redini ai fianchi,
un destriero dai finimenti in groppa.
Entrambi cercarono il cavallo,
tra gli alberi guardarono,
osservarono attenti
tutt’intorno al bosco azzurro:
rinvennero il cavallo in un boschetto,
la fulva criniera tra gli abeti.
Il vecchio, saggio Väinämöinen
ed il fabbro Ilmarinen
gli posero sul capo briglie d’oro,
al puledro il morso in bocca.
Camminarono a fatica
i due verso la spiaggia:
s’udì un pianto dalla riva,
dal porto un lamento.
Saggio, il vecchio Väinämöinen
così proferendo parola, s’espresse:
“C’è là una vergine che piange,
si lamenta una colomba!
E se andassimo a vedere
a sbirciare da vicino?”
Lui stesso si fece avanti,
andò a guardare da vicino.
Non è il pianto d’una vergine,
né il lamento d’una colomba:
era in lacrime una barca,
un battello si lagnava.
Disse il vecchio Väinämöinen
giunto al fianco della barca:
“Perché piangi, barca di legno,
barca dai solidi scalmi, ti lagni?
Piangi il peso del tuo legno,
dei solidi scalmi ti lamenti?”
Rispose la barca di legno,
la barca dai solidi scalmi disse:
“All’acque aspira una barca
dal varo incatramato,
aspira al suo uomo la fanciulla
anche se d’illustre casata.
Perciò piango, povera barca,
io, misera barca, mi lamento:
pianco per essere sospinta all’acque,
perché mi varino nell’onde.
Fabbricandomi, dicevano,
mi cantavano lavorando
che una nave da guerra avrebber fatto,
che d’una nave da corsa s’occupavano,
che la mia stiva mercanzie avrebbe portato,
tesori il mio scafo:
ma alla guerra non si è andati
né sulle rotte del bottino!
Le altre barche, anche brutte,
in guerra vanno sempre,
prendon parte alle battaglie;
in estate ben tre volte
portano il loro carico di pelli,
la loro stiva di tesori.
Io, barca scolpita,
fabbricata con cento assi,
qui sui miei trucioli marcisco,
giaccio immota nel cantiere.
Vili vermi della terra
dimorano sotto la chiglia,
i più immondi volatili dell’aria
sul mio albero nidificano,
tutti i rospi di palude
sulla mia poppa saltellano.
Due volte bello sarebbe,
due, tre volte meglio
essere ancora pino sul colle,
abete sulla landa,
il correr dello scoiattolo tra i rami,
e il girellar del cane sotto”.
Il vecchio e saggio Väinämöinen
disse allor queste parole:
“Non lacrimar, barca di legno,
non lagnarti, ricca di scalmi!
Potrai presto andare in guerra
ed accedere alla pugna.
Se tu barca dal Demiurgo creata,
fosti dal Facitore creata, recata dal latore,
puoi coi fianchi divorare acqua
e coi bordi andar per l’onde
senza che pugno ti tocchi,
senza l’uso delle mani,
senza spinta delle spalle,
senza che braccio t’assista!”
Rispose la nave di legno,
disse la barca ricca di scalmi:
“Nella vasta mia stirpe altri non c’è,
non battelli a me fratelli,
che solchino senza spinta l’acqua,
che non scendano nell’onde,
senza che pugni li tocchino
e braccia li scuotano”.
Fece il vecchio Väinämöinen:
“Se nell’acque ti sospingo,
correrai tu senza remi,
senza dei remi l’ausilio,
senza muovere il timone,
senza gonfiare la vela?”
Disse la nave di legno,
rispose la ricca di scalmi:
“Proprio nessuno della stirpe mia grande,
nessun altro della mia schiera
si muove senza che dita afferrino i remi,
senza ausilio dei remi,
senza muovere il timone, senza gonfiare la vela!”.
Il vecchio, saggio Väinämöinen
proferì allora queste parole:
“Con i remi indi tu corri,
con l’ausilio dei remi,
col muoversi del timone
e gonfiando la vela?”
La nave di legno rispose,
disse la ricca di scalmi:
“Il resto di mia stirpe,
tutti i battelli miei fratelli,
corron col remare delle dita,
con l’ausilio dei remi,
col muoversi del timone,
gonfiando la vela”.
Indi il vecchio Väinämöinen
lasciò il cavallo sulla rena,
legò ad un albero la cavezza,
ad un ramo appese le redini,
spinse in acqua la barca,
il naviglio incantò all’onde.
Interrogò lo scafo di legno,
gli parlò così dicendo:
“O tu, barca arcuata,
ligneo battello, di scalmi ricco!
Sei tu buona per portare
come sei bella da ammirare?”
Rispose la lignea barca,
disse la nave dai molti scalmi:
“Buona sono a trasportare
e spazioso è il mio fondo:
per cento uomini a remare,
e per un migliaio in piedi”.
Allora il vecchio Väinämöinen
prese a cantare dolcemente.
Su di un fianco della nave
evocò prima fidanzati ben chiomati,
belle chiome, forti braccia
e piedi ben calzati di stivali.
Sull’altro fianco della nave
evocò fanciulle di stagno adorne,
stagno sul capo e rame in vita,
dalle belle dita, d’oro adorne.
Cantò ancora Väinämöinen
empì i banchi d’una folla,
una folla di vecchi
da gran tempo oziosi,
poco spazio c’era per costoro
perché i giovani eran giunti prima.
Lui in persona sedé a poppa,
al timone di legno di betulla
ed innanzi spinse la sua nave.
Così dicendo proferì queste parole:
“Corri, nave, sulla pianura,
sopra questi vasti flutti!
Va’ sul mare come bolla d’aria,
sull’onde simile a ninfea!”.
A remare dispose i fidanzati
a sedere le fanciulle.
Vogavano i fidanzati, i remi piegavano:
ma il viaggio non cominciava.
Mise ai remi le fanciulle,
ed i giovani a sedere.
Vogavan le fanciulle, le dita piegavano:
ma non principiava il viaggio.
Alternò gli anziani ai remi,
lasciò i giovani a guardare.
Remavano i vecchi, le teste scotevan:
ma il viaggio ancora non procedeva.
Ilmarinen fabbro allora
sedé in persona ai remi:
corse indi la lignea nave,
filò il naviglio, s’abbreviò il viaggio.
S’udì di lungi il tonfo del remo,
dal largo un crepitar di scalmi.
Vogava al gorgogliar dell’acqua:
stridean assi, vibravan fiancate,
stridevano i remi di sorbo,
come francolini fischiavano le prese,
le pale come fagiani,
canta la prua come un cigno,
come corvo gracchia la poppa,
e come anatre sibilano gli scalmi.
Proprio il vecchio Väinämöinen
saggiamente pilotava
dalla poppa la fulva nave
con il manico del timone.
Nel tragitto apparve un capo,
s’illuminò un misero villaggio.
Sul promontorio dimorava Ahti,
in un’ansa Kauko.
Lamentava Kauko penuria di pesca,
scarsità di pane Lemminkäinen,
la miseria del granaio Ahti,
la sua sorte disgraziata.
D’un battello intagliava le assi,
d’una nuova barca la chiglia,
all’estremo del capo della fame,
presso il misero villaggio.
Acuto avea l’udito,
l’occhio ancor più penetrante.
Fissò lo sguardo a maestrale,
volse il capo a mezzogiorno:
vide di lungi un’arcobaleno
un lembo di nubi più oltre ancor.
Ma non era un arcobaleno
e neppure un lembo di nube:
era una nave che avanzava
un battello che giungeva
sul dorso del nitido mare,
sulla superficie sconfinata;
un bell’uomo è a poppa,
ai remi un uomo forte.
Disse il sereno Lemminkäinen
“Quella nave non conosco,
non ravviso l’agile scafo;
vien remando di Finlandia,
da levante a colpi di remo,
volgendo il timone ad occidente”.
Già chiamava a voce alta,
urlava, gridava,
dal promontorio urlava l’uomo,
attraverso l’alto mare:
“Di chi è la nave sulle acque,
di chi il battello sulle onde?”
Parlarono gli uomini dalla nave,
risposero le donne:
“Chi sei tu, abitante del bosco,
eroe delle deserte selve,
che ti è ignota quella nave,
la nave di Väinöla,
né l’eroe che siede a poppa,
né l’uomo ai remi?”
Fece il vispo Lemminkäinen:
“Ora so chi è il pilota,
riconosco chi è ai remi:
l’intrepido, vecchio Väinämöinen
proprio lui tiene il timone,
Ilmarinen siede ai remi.
Uomini, dove andate,
in che direzione viaggiate, eroi?”
Rispose il vecchio Väinämöinen:
“A settentrione andiamo,
verso i flutti procellosi
verso le candide onde:
a conquistare il sampo,
a contemplarne il coperchio,
sotto il colle di Pohjola,
dentro il gran colle di rame.
Disse lo sventato Lemminkäinen:
“O tu, vecchio Väinämöinen!
Prendi anche me
come terzo degli eroi,
se vuoi il sampo conquistare,
quel coperchio portar via!
Valgo ancora quanto un uomo
se si tratterà di battersi:
darò ordini alle mie mani
e istruzioni alle mie spalle”.
Il vecchio, veritiero Väinämöinen,
prese l’uomo pel suo viaggio,
lo portò nella sua nave.
Lo svagato Lemminkäinen
s’affrettò ad accorrere
si muoveva dimenandosi.
Nel giungere legno portava
per la nave di Väinämöinen.
Disse il vecchio Väinämöinen
“Di legno nella mia nave,
di legname nella mia barca
c’è già peso a sufficienza.
Perché porti le tue tavole,
perché aggiungi legno alla nave?”
Disse il lieto Lemminkäinen:
“La riserva la nave non affonda
non la perde la zavorra.
Spesso sul mar di Pohjola
venne il vento a chieder assi
ed i bordi di rinforzo”.
Rispose il vecchio Väinämöinen:
“Per questo la mia nave da guerra
ha la fiancata rivestita di ferro
e la prua d’acciaio corazzata,
perché non la travolga il vento,
né la spazzi via l’uragano”.

(Traduzione dall’originale finlandese di Carlo Marino, socio corrispondente della Suomalaisen Kirjallisuuden Seura in Helsinki)

Riferimenti: Kalevala




Il panteismo poetico di Eeva-Liisa Manner (1921-1995)

29 01 2007


La silloge Tämä matka (Questo viaggio),1956, della poetessa finlandese Eeva-Liisa Manner racchiude sei suites poetiche. La “suite del mare e degli animali” è una sinfonica visione poetica del Cambriano. In questo mondo interiore, osservato al microscopio,regna sovrano un silenzio di simboli. La poetessa narra la non-eternità di un’umanità che fugge gli archetipi del passato.

Cambriano – Suite del mare e degli animali (Kambri – sarja merestä ja eläimistä)

Camminare su oscure acque,
fragili istmi, instabili orizzonti,
incrociare diruti sentieri
profili pigri di monti,
slavine, nevose nubi,
scoprire eletti sassi
e giungere dove
è pieno di tracce pari:
un insediamento di animali.

Vedere infranta la luce dell’aldilà
e le cure terrene,
mangiare l’acerbo frutto
sotto l’albero del pane
e aver fame;
levarsi e andare,
procedere fino a quando
non saran consunte
le stringate calzature,
cercare un rivo e giungere
a sponde fatte di genti,
lavarsi mani e capelli,
bere la bassa marea
ed avere incubi
sul giudizio universale:
da una limosa pozza
di piccola malizia primordiale
simile a Dytiscus
o poter ricominciare
quale tarda forma antropica.

Camminare, camminare
senza essere in grado di afferrare nulla
tra sudiciume e neve,
nella mutevole canicola,
attraverso l’aspro passato e l’era glaciale,
ciò che fu e quanto sarà;
addormentarsi nella neve sciogliendo col corpo
uno strato della lastra di ghiaccio
grossa e compatta,
apprendere l’uso delle mani,
la lenta speme,
costruire una dimora di vento
e far entrare le piogge,
ricercare il sentiero familiare
ed i dilavati sassi,
della pietra la muta densità e gli uomini;
odiare il prossimo come sé stesso;
cibarsi di ghiande e pine,
cibo d’augelli,
spartir con le bestie il pasto
e apprender lor parabole,
il linguaggio e lor veloci tracce.

Apprenderne le parabole
mescolandole a fatti terreni,
impararne i segreti
e poi scordarli,
perder la scienza
in viaggio nel tempo
e attraverso gli annali stratificati,
e le oscure iscrizioni su pietra
e le perdute dinastie.
Svuotarsi e rinunciare
alla religione, alla supestizione
saggezza ereditata dalle bestie
e dai vegetali vincolati
prima del divenire-animale.
Liberarsi e rinunciare
- come è grave il viaggio
senza fardello,
la solitudine
priva della solidarietà degli animali,
la diversità
fuggita dai lupi e temuta.

Infine giungere
stanca e leggera,
senza parole, senza rifugio
e priva della pietà degli animali
sulla sponda del mare e vedere
tutto quanto sul proprio corpo:
un coagulo di luce
e lunghe, austere onde,
il ruotare severo dello spazio, sibilante,
il lento gelare dei venti.

Inviare come è costume
vuota una barca,
un urlo nel vento,
sapendo già che solo frammenti
ce la faranno a giungere o
forse nulla.

(Traduzione dall’originale finlande di Carlo Marino, corrispondente della Società per la Letteratura Finlandese (SKS) in Helsinki)
Riferimenti: Eeva-Liisa Manner koskeva tutkimus vuoteen 1990 asti




Il manierismo di García Márquez

26 01 2007

“Cent’anni di solitudine”, il romanzo cult dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez, comincia “molti anni dopo”, di fronte ad un plotone d’esecuzione. Fin dalle prime pagine gli ideali di Aristotele, di Euclide e Newton si dimostrano insufficienti per la struttura dell’universo narrativo di questo grandissimo scrittore. Lo spazio-tempo che Márquez dà al suo romanzo si fonda sul principio che due serie di dati e tempi diversi possono coesistere tra di loro in un numero infinito. Il qui ed il là, il passato ed il presente sono relativi, variano a seconda delle coordinate arbitrariamente scelte dal narratore. L’atmosfera del romanzo è tipica del dramma. Come nel teatro greco anche qui il lettore assurge a coro che commenta i decreti del fato, a mano a mano che si manifestano nel dipanarsi della affabulazione. Il colonnello Aureliano Buendía che ricorda di fronte al plotone d’esecuzione. Egli è il rampollo della stirpe dei fondatori di Macondo, una stirpe di uomini che sembra spuntata dall’utero della terra come ci descrisse Platone nel Menesseno: «perché non è la terra ad imitare la donna nel fecondarsi e partorire, ma questa imita la terra» («u gàr ghè gynaíka memímetai kyesei kai ghennesei, alla gyneken»). Si tratta di uomini selezionati dalle forze della natura come i pionieri, come i sopravvissuti della prima grande selezione naturale di cui parla Empedocle, quando «isolate vagano le membra».
Nell’eterno presente del racconto è calata la figura di Melquiades “uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero” che possiede la chiave di volta che sostiene tutto: i personaggi che forgiano la stirpe dei Buendía , e la cui essenza è nel DNA di tutti i personaggi che popolano la fantasia di Márquez, sono condannati a cent’anni di solitudine, senza una seconda opportunità sulla terra.
Lo stile di “Cent’anni di Solitudine” si inserisce in quella corrente universale della letteratura che prende il nome di Manierismo che si è fuso,successivamente, con il barocco latino-americano.
Márquez narratore è sempre in forte tensione con il numinoso, con la società, con il proprio Ego: il suo è un regno colorato alla Botero dove la fantasia è intimamente mitica. Le sue parole sono immaginifiche e, come diceva Baltazar Gracián, danno la “bellezza del concetto”. E’ questo il segreto del suo stile moderno, ricco di innovazioni e stranezza. L’autore di Cent’anni di solitudine è un rampollo dell’”agudeza” e la decifrazione di un manoscritto è l’acme della narrazione: si giunge alla comprensione del significato misterioso delle lettere che “sembravano panni stesi”. Aureliano Babilonia, che è la sommatoria dei personaggi che l’hanno preceduto, è il deus ex machina, un “mysto” che giunge all’ultimo grado di una sorta di iniziazione misterica. La sua iniziazione alla conoscenza è una “iniziazione mancata”, ossia rappresenta la negazione dei valori positivi che si attribuivano all’immortalità, una rottura della tradizione che poneva la morte come misura di felicità per gli dei che soli non la subivano e di inferiorità per gli uomini che ne erano condizionati.La via mistica di Aureliano Babilonia, che sopporta in sé le contraddizioni dei suoi predecessori, via mistica per travalicare la morte, non è quella di farsi immortale, ma quella di negare, con la conoscenza dell’ignoto scritto della pergamena, la “negatività” rispetto alla vita, negatività “irripetibile da sempre e per sempre”.




Marko Polon matkat

24 01 2007

Maantieteilijä Alexander von Humboldt sanoi, että Marco Polo oli kaikkien aikojen ja maiden suurin matkustaja. Humboldt ei ollut väärässä. Marco syntyi Venetsiassa v.1254. Siihen aikaan Ludvig IX oli Ranskan kuningas, paavi Roomassa oli Innocentius IV, mongoli Kublai-kaani hallitsi Kiinaa ja perusti Yüan-hallitsijasuvun, Birger jaarli johdatti toisen ristiretken Hämeeseen ja Tuomas Akvinolainen kirjoitti Summa Theologican. Marco Polon perheenjäsenet olivat ammatiltaan kauppiaita ja toimivat Konstantinopolissa ja sitten Krimillä. Vuonna 1271 Marco, hänen isänsä Niccolò ja setänsä Matteo lähtivät Kiinaan edistääkseen kauppansa. He kulkivat läpi Persian, Turkestanin ja Mongolian (siihen aikaan se oli hyvin vaaranalaista)ja vihdoin, kesänä 1275 Polot saapuivat Canbaligiin (tämänpäiväinen Peking), Kublai-kaanin valtakunnan pääkaupunkiin. Canbalig oli ihmeellinen kaupunki jonka komeus ja prameus häikäisivät venetsialaisten silmiä. Ehkä Marco kiinnostui enemmän pääkaupungin arkkitehtuurista ja asujaimiston tavoista; Niccolò ja Matteo toisaalta ottivat huomioon ennen kaikkea huomiotaherättävät kaupantekotilaisuudet, koska siellä oli silkin, kullan, hopean, jalokivien, helmien ja kallisarvoisten pöytäastioiden rikkaus.
Marco oli pääasiallisesti maan ja ihmisten tarkastelija ja tämän ominaisuuden piti arvossa erityisesti Kublai-kaani, joka oli epäilemättähienostunut hallitsija ja haki luotettavien ulkomaalaisten neuvoja. Marco tuli hallitsijan yksityiseksi neuvonantajaksi ja Kublai-kaani nimitti hänet Hang-Tsun kuvernööriksi, Shanghain lähelle.
Murco Polo kulki läpi koko Kiinan yksityishenkilönä, valtakunnan virkamiehenä ja hallitsijan edustajana: hänen työnsä oli erityisesti tutkimusmatkailua ja hän paljasti länsimaissa tuntemattoman mutta hyvin sivistyneen maan salaisuudet. Marco Polo toimi Kublai-kaanin neuvonantajana 17 vuotta ja kokosi sekä suuria elämyksiä että tietoja; hänen omaisensa ennen kaikkea rikkauksia. 17 vuoden jälkeen he alkoivat kaivata Venetsiaa ja kysyivät Kublai-kaanilta lupaa saada palata kotiin. Alussa hallitsija ei halunnut, mutta kolmen venetsialaisen monien anomuksien jälkeen Kublai-kaani antoi luvan ja laittoi kuntoon 14 purjelaivan laivaston Marcolle, Niccolòlle ja Matteolle.
Kotimatkalla Ceylonissa, Marco selvitti ja sitten levitti Sakya-Munin, elli Budhan, tarumaisen historian. Palattuaan kotiin (1295) venetsialainen matkustaja osallistui Curzolarisaarten taisteluun (1298) ja genovalaiset saivat hänet vangiksi. Vankilassa Marco tutustui kirjailija Rustichello da Pisaan, joka kirjoitti hänen seikkailuistaan.
Tämä kirja on kirjoitettu ranskalais-italiaksi (kieli, jota puhuttiin Pohjois-Italiassa keskiajalla) ja sen alkuperäinen nimi on “Le divisament dou monde”. Marco Polo oli kauppias, mutta yksi 1200-luvun italialaisista kauppiaista, jolla oli renessanssin ajan hienostunut nerokuus ja herkkyys. Venetsialainen ei kiinnostunut vain kaupallisesta toiminnasta, vaan myös luonnon kauneudesta ja pääasiallisesti ihmisistä ja heidän uskoistaan, tavoistaan, hallitusmuodoistaan ja ruumiinrakenteestaan.
Kirjasta voimme tuntea seurallisen ja sydämellisen matkustajan, jolla onkin neuvottelijan ja diplomaatin taitavuus. Marco Polon kirjan laskematon arvo onkin ollut siitä, että se innosti genovalaisen purjehtijan Kristoffer Kolumbukseen etsimään meritietä Intiaan ja löytämään uuden maanosan.
Marco Polo oli ihanteen kauppias ja ritari, ja hänen kuolemansa jälkeen (Venetsiassa v.1324), hänen kirjansa, joka halusi olla ennen kaikkea maantiedekäsikirja, vaikutti syvälti runoilijoiden ja kirjailijoiden mielikuvitukseen Ludovico Ariostosta Italo Calvinoon asti.
Riferimenti: Marco Polon matkat




A book about Scientists and Ethics: The Mystery of Majorana by Sciascia

23 01 2007

When a whole culture, from the anthropological point of view, becomes technological this fact brings about a mix of problems concerning all the aspects of science. First of all there is a sort of reversal of order between the concepts of solution and need and a confusion between science and ethics. The problem is: ethical responsibility.
In 1975 the italian author Leonardo Sciascia used the detective story to approach the disappearence of Ettore Majorana. His book “The Mystery of Majorana” investigates the disappearence in 1938 of the italian physicist.
Extremely gifted in maths Majorana joined very young Fermi’s team in Rome. He studied with Werner Heisenberg in Leipzig and focused on a theory of the atomic nucleus which represented a further development of Heisenberg’s Theory of the nucleus. Majorana’s last paper, published in 1937, concerned his elaboration of a symmetrical theory of electrons and positrons.
The scientist left two letters concerning his suicide (one addressed to his family and the other to a colleague) but later sent a telegram writing he had changed his mind and would come back to Naples. Then he disappeared. The police filed the case as suicide. Leonardo Sciascia in his book investigates two issues surrounding Majorana’s disappearence: whether or not he committed suicide or simply chose to vanish and his motivation to disappear. The novel focuses on the motivation and looks far into the scientist’s past. The theory of Sciascia is that the scientist was beset by ethical unease because of the direction that physics was taking, toward the construction of an A-bomb. For Majorana “physics or physicists were on a wrong track”. This scientist is a model of a moral dilemma. He was very important if Fermi told Giuseppe Cocconi a physicist working in his laboratory the following sentence:” You see, in the world there are various categories of scientists: there are people of a secondary or tertiary standing, who do their best but do not go very far. There are also those of high standing, who come to discoveries of great importance, fundamental for the development of science. But then there are geniuses like Galileo and Newton. Well, Ettore, was one of them. Majorana had what no-one else in the world had”.
Here we have the sources of ethics and science: the goals (“finis operandi”) of science are subjective ends which deserve an ethical meditation concerning the role of scientists and the role played by those who request the scientist’s research. The ethical approach of science can’t come but within the scientific milieu. The actors of this story are more and more ethics, science, power and politics.
Riferimenti: The Mystery of Majorana




La terra in fiore di Katri Vala, poetessa di Finlandia

22 01 2007

Katri Vala, pseudonimo di Karin Alice Wadenström, nacque a Muonio in Finlandia nel 1901 e si spense nel Sanatorio di Eksjö in Svezia nel 1944.
Nella sua breve esistenza compose versi in cui si riverbera un umanesimo sensibile ai temi della pace e dell’amore verso la natura.

La terra in fiore (Kukkiva maa)

Spumeggiante è la terra
di grappoli violacei di lillà,
della brina dei bianchi sorbi in fiore,
dei ciuffi di astri fulvi dei licnidi.
Ondeggiano i prati
di fiori bianchi, gialli e azzurri
simili a mari tumultuosi.
E questo profumo!
Meraviglioso, più del sacro incenso!
Profumo pagano
della pelle della terra,
fermentìo olezzante, fremente
inebriante alla follia!

Vivere, vivere, vivere!
Freneticamente vivere
l’attimo sublime della vita,
ovunque petali dischiusi,
in una straordinaria fioritura
vivere,
in delirio pel suo profumo
e per il sole -
con ebbrezza pienamente
vivere!

Che importa della morte!
Che peso avrà il decadere
sfiorito nella terra
di tale policroma venustà.
C’è stata una fioritura!
Il sole
l’ardente amore sublime
del cielo
ha illuminato il profondo cuore
dei fiori,
fin nell’imo
fremere dei viventi!

Traduzione dall’originale finlandese di Carlo MARINO (socio corrispondente della Società per la Letteratura Finlandese (SKS) in Helsinki)




Publius Vergilius : runouden nero

19 01 2007


21 syyskuuta 19 e.Kr. matkalla Kreikasta Roomaan kuoli Brindisissa, Etälä Italiassa, Rooman suurin runoilija Publius Vergilius Maro. Hänet haudattiin hänen rakastamassaan Napolissa, missä Vergilius asui kauan aikaa elämänsä kuluessa. Tämän runouden yleisnero syntyi 15.lokakuuta 70 e.Kr. ja oli kotoisin Andeksesta, Mantovan läheltä Pohjois-Italiasta. Nuorena hän opiskeli puhetaitoa ensin Milanossa ja sitten Roomassa. Roomassa hän opiskeli kaunopuhujaksi, niin kuin roomalaisten perheiden ihmistaimet, jotka halusivat lähteä erinomaiselle elämänuralle. Vergiliuksesta tuli kaunopuhuja, mutta kerrotaan että hän ei koskaan ollut hyvä puhuja, koska hän oli hyvin ujo.
Toiselta puolen hän innostui erittäin runotaiteeseen ja samanaikaisesti epikurolaiseen filosofiaan, jota hän opiskeli Napolissa. Kun hän oli 25-vuotias, Vergilius palasi Pohjois-Italiaan. Maatilalle palattuaan hän kokee maaseudun luonnon rauhallisena ja yksinkertaisena kokonaisuutena, joka on kaupungin ihmisten ahneutta vastaan.
Todella epikurolainen filosofia opetti, että ihmisen täytyi elää rauhallisesti luonnon kanssa, josta hänkin oli vain osa ja opetti myös, että ihmisen ei ollut elettävä julkista elämää. Siihen aikaan Vergilius kirjoitti teoksensa “Bucolica” (42-39 e.kr.). Bucolicassa on historiallisia ajankohtaisia vihjauksia, jotka viittaavat siihen aikaan kun Caesarin murhaajat koettivat palauttaa tasavallan. Mutta he epäonnistuivat ja vallan sai julmien taistelujen jälkeen käsiinsä Caesarin nuori ottopoika Octavianus, jonka hallitsijanimi oli Augustus. Bucolican paimenrunossa ilmenee kreikkalaisen paimenrunoilijan Theokritoksen jäljittelyä, joka olikin epikurolainen, mutta Vergiliuksen ominaiset piirteet ovat ihania:

«Sicelides Musae, paulo maiora canamus:
non omnes arbusta iuvant humilesque myricae;
si canimus silvas, silvae sint consulae dignae» (Bucolica)

«Oi sisilialaiset Muusat, vähän ylevämpi runo laulakaamme:
Eivät kaikki pidä puista ja vaatimattomista suomyrteistä.
Jos laulamme metsistä, olkoot metsät konsulin arvoisia»
(käännös Carlo Marino)

Mutta kun triumviraatti (Octavianus, Antonius ja Lepidus) alkoi riistää maanomistuksia Pohjois-Italiassa, voidakseen jakaa maata Filippin taistelun (42 e. Kr.) sotavanhuksille, Vergiliuksin jäi ilman maatilaa. Maastansa karkotettu runoilija meni Roomaa. Silloin Vergilius alkoi elää Roomassa ja Napolissa ja kirjoitti suuren teoksensa “Georgica” (36-29 e. Kr.).
Georgica on opettavainen runoelma ja se käsittelee maanviljelijän elämää ja työtä. Geogicassakin on epikurolaisen filosofian lumoavuutta. Todella, Napolissa, missä oli kuuluisa epikurolaisen filosofian koulu, Vergilius luki runoilija Lukretiuksen filosofisen ja runollisen teoksen “De rerum natura” ja hän innostui siihen. Tässäkin teoksessa luonnonelämän kuvaukset ovat tarkkoja ja ihmeellisiä. Actiumin taistelun jälkeen (31 e.Kr.) suljettiin ensi kerran yli sataan vuoteen sodanjumalan temppeli Roomassa. Augustuksen hallitusaika alkoi. Rooman legioonat eivät marssineet uusiin valloituksiin, vaan turvasivat keisarikunnan rajoja. Se oli “Pax romana”, Rooman rauha.
Silloin Augustus halusi, että runoilijat, taiteilijat ja kirjailijat ylistävät hänen heimoansa ja hänen turvaamaa maailmanrauhaa, voidakseen antaa sen nimelle kuuluisuutta ja loistoa. Oli Cilnius Maecenas, joka alkoi koota latinalaisten intelligenssiä Augustuksen palveluksessa. Maecenaksen nimen mukaan älyllisten suojelusta alettiin sanoa maecenatismiksi. Maecenaksen piirissä, missä vallitsi hienostunut älyllinen tunnelma, oli myös Vergilius.
Parhaintaan Vergilius loi pääteoksessaan “Aeneis”, aloitettu 29 e.Kr. mutta keskeneräiseksi jäänyt. Aeneis alkaa ihmeellisiin säkein:

«Arma virumque cano Trojae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit litora
multum ille et terris jactatus et alto
vi superum saevae memorem Junonis ob iram
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio genus unde Latinum
Albanique patres atque alta moenia Romae» (Aeneis)

«Aseista ja sankarista laulan, joka ensin Troijan rannoilta,
pakolaisuus kohtalonaan, Italian ja Lavinian rannoille tuli.
Taivaan jumalien vihamielisistä voimista
ja leppymättömän Junon raivosta, hän kärsi kovin.
Kovia tuskia sodassakin hän kärsi, kunnes perusti kaupungin
ja omat jumalansa Latiumiin toi, ja tästä juontavat alkunsa
latinalainen heimo, Alban esi-isät ja Rooma korkeat muurit»
(käännös Carlo Marino)

Aeneis kertoo troijalaisesta sankarista Aeneasta, joka Troijan hävityksen jälkeen, vaeltaa kohti Italiaa, voidakseen perustaa uuden kaupungin.
Kun Aenea saapuu Latiumiin, hänen täytyy taistella vihollisia alkuasukkaita vastaan. Monien taistelujen jälkeen troialaiset voittivat ja Aenea meni naimisiin Lavinian kanssa, joka oli Latiumin kuninkaan tytär. Taru kertoi, että näistä vaiheista juonsivat alkunsa Augustuksen esi-isät, ja todella Aeneis on kunnianosoitus hänelle sekä Rooman kansalle. Vergiliuksen pääteoksella oli suuri merkitys. Siitä tuli Rooman kansalliseepos ja sen tekijä on yleisesti tunnettu. Keskiajalla Dante kirjoittaa Vergiliuksesta “Jumalallisessa näytälmässä”:
«Mun mestarini oot, mun tekijäni:
sinulta yksin oppinut ma olen
sen tyylin kauniin, jok’on kunniani»
(käännös Eino Leino).

Vergiliuksesta tuli uusi Homeros, joka lauloi uudesta Odysseuksesta: Aeneasta. Mutta Aenea on “pius” (hurskas) ja hänen velvollisuudentuntonsa on roomalaista; hän edustaa vielä nykyään Rooman kansan hyven (virtus) periaatteita.




Chiesa di Carelia – Karjalan pyhättö (poesia di Carlo Marino)

18 01 2007

Una città in Carelia.
Una chiesa ortodossa
- si ferma il tempo -
Gli ori
non rubano i miei pensieri,
ma danno pace.

Quella pace
oramai dimenticata.
Flebile è la voce del canto
così flebile
da fermare
il tempo.

*******************

Karjalan kaupunki.
Ortodoksien pyhättö
- ja aika pysähtyy -
Kulta ei vangitse
ajatuksiani
vaan tuo rauhan.

Rauhan, jonka ihminen
on unohtanut.
Surkea on laulun ääni;
niin surkea, että aika
pysähtyy.




Eugenio Montalen monet kasvot

17 01 2007

Eugenio Montalen persoonallisuus oli hyvin monimutkainen (hän oli ollut oopperalaulaja, Corriere della Sera-lehden sanomalehtimies ja viimeksi myös senaattori) ja hän tuli symboliksi monille italialaisille älyllisille.
Montale oli ilman muuta italialaisen lyriikan suurimpia humanisteja. Runoilijana hän kuului jo maailmankirjallisuuteen ja 23 lokakuuta 1975 hän sai Nobelin palkinnon. Tämä runoilija syntyi Genovassa 12 lokakuuta 1896. Hän alkoi kirjoittaa runoja Monterossossa (kylä Genovan lähellä) missä hän vietti tavallisesti kesälomansa ja hän rakasti paljon Ligurian karkeaa ja kallioista maisemaa. Hänen runoutensakin on kuin karkea ja kallioinen maisema. Hänen runoissaan ei ole koristeellista ja pinnallista mahtipontisuutta. Montale julkaisi hänen erikoiskokoelmansa v.1925, samana vuonna kuin F.Kafkan “Der Prozess”, André Giden “Les faux monnayeurs”, Marcel Proustin “Albertine disparue”, Uuno Kailan “Purjehtijat”, Dos Passosin “New York” ja Ezra Poundin “Cantos”.
Niihin aikoihin sekä runoudessa että politiikassa oli Italiassa diktatuuri: poliittinen diktaattori oli Benito Mussolini ja runouden diktaattori Gabriel D’Annunzio. D’Annunzion runous oli retoorista, sentimentaalista ja dekadenttista: sen filosofiansa taustalla oli Nietzschen yli-ihminen, mutta se ei ollut filosofista yli-ihmistä, vaan porvarillista yli-ihmistä.
Montalen runous asettuu vastustamaan fasistisen kultuurin ideologiaa, joka teki italialaisen kultuurin pinnalliseksi ja ahdasmieliseksi. Montale alkoi lukea ja kääntää amerikkalaisia ja eurooppalaisia kirjailijoita, jotka toivat uuden maailmankuvan kirjallisuuteen ja hänkin kehittyi modernin maailman runoilijaksi. Hänen mukaansa runous ei ole keinotekoista maailmaa, joka on vastakkainen meidän maailmallemme. Runous tarvitsee voidakseen käsittää paremmin tämän maailman ja ihmisen tarkoituksen. Montalen esikoiskokoelman nimi on “Ossi di seppia” (Mustekalan luita)ja tämä kokoelma on uudistanut tämän vuosisadan italialaisen lyriikan ja tuonut siihen persoonallisella tavalla omaksutun, eksistentialisen maailmankuvan.
Kun Montalen ensimmäinen runokokoelma ilmestyi, Euroopassa ei ollut enää toivoa monille älyllisille. Fasistinen maailmankatsomus vallitsi. Montalen suhtautuminen runoilijana oli järjen puolesta. 30-luvulla paljon italialaista älymystöä oli eristettynä, koska Italian historian kehityksessä oli tapahtunut pysähdys: fasistinen kultuuri oli heitä vastaan. Montale itse oli erotettu julkisesta toimesta ja hän alkoi ansaita elatuksensa kääntäen englannin ja espanjankielen kirjoja. Kokoelmassa “Le Occasioni” v.1939 (Tilaisuudet) Montalen runous muuttuu persoonallisemmaksi ja ilmenee miehuullisena kohtalontunteena. Kerran italialainen runoilija kirjoitti: “Usein elämisen tuskaa tapasin” ja tämä ei ollut romanttista alakuloisuutta, vaan se viittaa siihen, että niihin aikoihin ei ollut enää historiallisia kiinnekohtia älyllisille.
Montalen lyriikan kolmas vaihe alkaa “La Bufera”-kokoelmasta (Myrsky). “La Bufera” sisältää runoja, jotka on kirjoitettu v.1940-54 ja joissa on vaikutelmia sodasta, sodanjälkeisestä ajasta, stalinismista ja kylmästä sodasta. Mutta tässä kokoelmassakin runoilija mietiskelee. Runossa “L’Anguilla” (Ankerias), tämä “kylmien merten seireeni” tulee runouden ihmeelliseksi symboliksi.
Eugenio Montalen lyriikassa voimme löytää esikuvana Danten ja Giacomo Leopardin rytmin, mutta sen eksistentialismi oli aivan uutta italialaisessa kirjallisuudessa. Hänen rehellinen ja syvä elämänfilosofia on ollut ja on esikuvaa monille italialaisille älyllisille.




Canzone del luccio di Aaro Hellaakoski (1893-1952)

15 01 2007

Canzone del luccio (Hauen laulu) di Aaro Hellaakoski

Dalla sua liquida dimora
sorse il luccio
su un albero a cantare

quando per grige nubi
già aurora giungeva
e sul lago rincorrersi
di onde ridenti si levava
sorse il luccio
a mordere una pigna
purpurea
sulla cima di un abete

ha forse visto, udito, fiutato
oppure in cima ad una pigna
ha assaporato
l’ineffabile splendore
di un rugiadoso mattino
l’ossuta bocca aprendo
le sue mascelle battendo

trascinava così
grave e selvaggio
quel canto
che pronto tacquero gli augelli
come se giunte fossero
pressione d’acque
e della solitudine le algide braccia.

(traduzione dall’originale finlandese di Carlo MARINO)

Hauen laulu

Kosteasta kodostaan
nous hauki puuhun laulamaan

kun puhki pilvien harmajain
jo himersi päivän kajo
ja järvelle heräsi nauravain
lainehitten ajo
nous hauki kuusen latvukseen
punaista käpyä purrakseen

lie nähnyt kuullut haistanut
tai kävyn päästä maistanut
sen aamun kasteenkostean
loiston sanomattoman

kun aukoellen
luista suutaan
longotellen
leukaluutaan

niin villin-raskaan
se virren veti
että vaikeni
linnut heti
kuin vetten paino
ois tullut yli
ja yksinäisyyden
kylmä syli.

(Dalla silloge “Jääpeili” – “Specchio di ghiaccio” 1928)