Fulfillment of my promise

28 02 2007


The streets of my youth
locked up
in my eyes and ears,
yellow pages
of the ledger
of soul
proprietorship.

I do like
to get to the bottom of things
to understand.
I am looking for
you and me
two different trees
across the cove,
my footsteps
stashed away in the sand
and
I cherish
the incoming waves.




A woman poet in China during Song dinasty: Li Quingzhao

26 02 2007


There are at least three women poet Sappho, Emily Dickinson and Li Quingzhao to balance the poor presence of women in world poetry. The name of Li Quingzhao isn’t quoted only for snobbery. Today in China verses by Li Quingzhao (1084-1155)are sung, as it used in the past. Li Quingzhao is known with other poets like Du Fu and Bai Juyi.
Li lived during Song Dinasty, a hard epoch for chinese women who lost the freedom they reached during Tang Dinasty.
They never got the opportunity of acceding to the public administration management or to higher education.
But Li Quingzhao had those neglected opportunities, because she was the beloved daughter of an aristocratic scholar ad the loved bride of an important state officer, a minister’s son.
With her husband, an enthusiast collector, she made up an enormous catalogue of masterpieces. Today we possess only some quotations of it and two pages of lacerating writings Li Quingzhao composed after the untimely death of her husband killed during Jurchen invasion.
Twenty years she dramatically survived, wandering and poor, getting married at least twice. We can read about this part of her life only references: bitter and delicate, violent and languishing hints.
She did want to stop life through words: her poems are a sort of “full stop” against time, an absolute certainty to delete oblivion. She tried to get the past again, in order to rescue the present. She wished to grip again a moment of time, a sort of blogger ante litteram.
Li Quingzhao has been translated into english by Kenneth Rexroth, italian poet Giacomo Leopardi’s translator. Another conscious and suffering daydreamer with powerful, masterful poetic language.




We give each other our dream

22 02 2007

Those winter roses
bloom
for you
the color of forgetting.
But
they have petals, stems.
They have a scent
don’t give off the past.

Yesterday
wrestling with an idea or two
we reached
a meaningful conclusion:
we bagged the sands of time
of our read books
and piled them
in our library
keeping
the waters of Lethe
from colonizing our minds.

And now we are turning
each other’s pages,
eager to find out
the spilling over
of our fulfillment.




Teoria dell’Andalusia di José Ortega y Gasset

19 02 2007

Preludio

Per tutto il XIX Secolo la Spagna ha vissuto come sottomessa all’influenza egemonica dell’Andalusia. Il secolo comincia con le Cortes di Cadice e termina con l’assassinio di Cánova del Castillo, malagueño, e con l’esaltazione di Silvela, anch’egli di Malaga. Le idee dominanti hanno l’accento andaluso. Si dipinge l’Andalusia: una terrazza, dei vasi, il cielo azzurro. Si leggono scrittori meridionali. Si parla in continuazione «della terra di Maria Santissima». Il brigante della Sierra Morena ed il contrabbandiere si trasformano in eroi nazionali. La Spagna tutta sente giustificata la propria esistenza con l’onore di racchiudere nel suo fianco la parte andalusa del pianeta. Verso il 1900, come tante altre cose, anche questa cambia. Si aggiunge il Nord. Comincia il predominio dei catalani, dei baschi, degli asturiani. Ammutoliscono le lettere e le arti del Meridione. Diminuisce il potere politico delle personalità andaluse. Il cappello di tela ed il «pavero» cedono il passo al basco. Ovunque si costruiscono casette in stile basco. Lo spagnolo si inorgoglisce di Barcellona, di Bilbao e di San Sebastián. Si discute del ferro biscaglino, delle Ramblas e del carbone asturiano. Sono curiose queste oscillazioni del centro di gravità spagnolo tra la sua metà alta e la sua metà bassa e sarebbe interessante seguire a ritroso la storia di questo ritmo pendolare, verificando se esiste una qualche periodicità che consenta di suddividere tutta la nostra storia in epoche settentrionali e andaluse. In questo momento, la persona perspicace è sicuramente in grado di avvertire l’abbrivio di un periodo di depressione nel nord della penisola. Ciò è causato, forse, da un minor sentimento di risolutezza, da una minore fiducia in sé stesso, nelle proprie peculiari virtù, nel proprio stile di vita, nelle proprie capacità? Oppure è soltanto tutta la Spagna che è giunta alla saturazione pura e semplice dell’influenza settentrionale?
Forse, si tratta dell’una e dell’altra cosa. Non so quale esperienza, imprecisa ma intensa, mi fa supporre che la forza di ogni individuo e di ciascuna collettività non sia una quantità assoluta dipendente soltanto dagli stessi, ma sia una funzione della forza insita negli altri. E’ per questo motivo che un popolo può decadere non per un difetto proprio o per inettitudine, ma per la mera ascesa di altri popoli vicini. E, viceversa, una nazione si rafforza per l’indebolirsi delle vicine. Almeno adesso è chiaro che, dal punto di vista economico, il calo relativo di Catalogna, Paese Basco e Asturie coincide con la crescita della ricchezza andalusa. Non vi sono, tuttavia, sintomi percepibili del fatto che a questa si accompagni una rinascita intellettuale o spirituale e, probabilmente, sarebbe più esatto dire che oggi la Spagna si trova in una posizione indifferente sia nei confronti del Nord che del Sud. Non è verosimile, però, che tale indecisione perduri. Senza dubbio, si tratta di una fase transitoria che presto terminerà o con una ricaduta sul Settentrione ovvero con un entusiasmo rinnovato per l’Andalusia. E’ chiaro che un tale ritorno all’andaluso – nel caso avvenisse – implicherebbe una visione dell’Andalusia del tutto differente da quella dei nostri padri e dei nostri nonni. Non c’è alcuna probabilità che torni a commuoverci il «cante hondo», né il contrabbandiere, né la presunta allegria dell’andaluso. Tutta questa paccottiglia meridionale ci inquieta e ci infastidisce. La meraviglia, la profondità ed il mistero dell’Andalusia vanno oltre la finzione multicolore che i suoi abitanti mostrano agli occhi dei turisti. Va tenuto in conto, infatti, che l’andaluso, a differenza del castigliano e del basco, si compiace nell’offrirsi a mo’ di spettacolo ai forestieri, a tal punto che, in una città come Siviglia, al viaggiatore viene il sospetto che i suoi vicini abbiano accettato il ruolo di comparse e collaborino alla rappresentazione di un magnifico “ballet” annunciato in cartellone con il titolo cubitale “Siviglia”.
Tale propensione degli andalusi a rappresentarsi e ad essere mimi di sé stessi rivela un sorprendente narcisismo collettivo. Solo può imitare sé stesso colui che è in grado di essere spettatore della propria persona ed è capace di ciò solo chi è abituato ad osservarsi, a contemplarsi, a compiacersi della propria imagine e del proprio essere. Questo fatto che sovente produce l’effetto penoso di rendere manierato l’andaluso a forza di mettere in evidenza deliberatamente la propria fisionomia e di essere, in certo modo, due volte ciò che egli è, dimostra, d’altra parte, che questa è una delle razze che meglio conoscono sé stesse ed hanno coscienza di sé. Probabilmente, non ne esiste un’altra con una coscienza così cristallina del proprio carattere e del proprio stile. Grazie a ciò è stato semplice conservarsi immutata nel suo profilo millenario, fedele al proprio destino e coltivando la propria cultura esclusiva. Uno dei fattori imprescindibili per comprendere l’anima andalusa è la sua antichità. Ciò non va dimenticato. Per sua fortuna, è il popolo più antico del Mediterraneo – più antico dei greci e dei romani. Indizi che vanno accumulandosi ci fanno intravedere che, prima che soffiasse il vento delle influenze storiche dall’Egitto e, in generale, dal Mediterraneo orientale verso Occidente, c’erano già state le circostanze adatte a raffiche nell’opposta direzione. Una corrente culturale, la più antica di cui si abbia notizia, prese le mosse dalle nostre coste e, scivolando sul fronte di Libia, spruzzò le insenature d’Oriente. Nel vedere la gestualità frivola, quasi femminea, dell’andaluso bisogna tener conto che essa si riverbera quasi identica per diversi millenni; e che, pertanto, questa tenue gracilità si è rivelata invulnerabile al terribile assalto dei secoli e alla convulsione delle catastrofi.

(traduzione dallo spagnolo di Carlo MARINO – Il testo originale degli anni Trenta del Novecento è stato tratto da : Maria Zambrano / Ortega y Gasset: Andalucia Sueño y Realidad, Biblioteca de la Cultura Andaluza, Granada 1984, pp.231 e seg.)
Riferimenti: Ortega y Gasset




Il paesaggio finlandese visto da Bertolt Brecht

17 02 2007

Paesaggio finlandese (Finnische Landschaft) di B. Brecht

Acque pescose! Boschi dai venusti alberi!
Olezzo di bacche e di betulle!
Molteplici toni ha il vento, oscillante e così dolce,
quasi i recipienti di metallo per il latte
avvolgenti la candida leccornia fossero aperti!
Un profumo, un’immagine, un pensiero, una tonalità sfumano.
Se ne sta seduto sulla terra degli ontani il fuggiasco
e riprende il suo difficile mestiere: sperare.
Apprezza molto la spiga ben accatastata
ed il robusto animale chino sull’acqua
e, di certo, anche quelle creature che
non si nutrono di grano e di latte.
Chiede al traghetto in partenza con i tronchi:
E’ proprio questo il legname senza il quale
non ci sarebbero le gambe di legno?
E vede un popolo che in due lingue tace.

(Traduzione dal tedesco di Carlo MARINO)




In praise of Knowledge

13 02 2007

Sometimes
in a quiet,
secluded part of my mind
I can hear
the gentle murmur
of knowing,
a poem
muttered in the universe
with my life
listening in.

My thoughts
make the ultimate sacrifice
to fill in a page
covered with blanks.
A seed will grow
in ways
I can’t imagine.




A writer’s bond

7 02 2007

You, my friend,
just left your life
in a safe spot,
like that
unpublished
manuscript
I hope
someday
to discover.

I secretely believe
to let my words
into your
most obscure
ecstatic moments
a sort of
instrument
that conceals
the music
of a knowledge
hardest-won.




Oggi, 6 febbraio, i lapponi festeggiano la propria nazione senza frontiere

6 02 2007


I lapponi celebrano oggi la festa della loro nazione. Una nazione transfrontaliera. La prima volta che questa festa è stata celebrata fu nel 1993 e dal 1986 i lapponi hanno anche un proprio inno “Sámi soga lávlla” (Canto del popolo lappone).
Tra Scandinavia e Russia vivono oggi circa 80.000 sami (o lapponi), 50.000 dei quali popolano la Norvegia.
La lingua di questo popolo è stata ufficialmente riconosciuta nei paesi scandinavi con una legge del 1992 (innovata in Finlandia nel 2003).
In Svezia, dal 1° aprile del 2000, tutte le varianti della lingua lappone sono state riconosciute come lingue minoritarie ufficiali.
Tale legge sulla tutela linguistica delle minoranze concede ai lapponi la possibilità di usare la propria lingua madre nell’ambito della regione amministrativa sami che comprende le città di Arjeplog, Gällivare, Jakkmokk e Kiruna.
Il lappone o sami è una lingua appartenente alla famiglia linguistica finno-ugrica ( come il finlandese, l’ungherese, l’estone, il vogulo, il ceremisso ecc.) e intorno al 1000 a.C. finnici e lapponi si resero indipendenti dalla protolingua fenno-lappone che li aveva accomunati. La parlata lappone divenne il protolappone e, intorno al IX secolo d.C., si differenziò in dialetti.
I moderni linguisti hanno suddiviso il lappone in tre varianti principali e nove dialetti. Le tre varianti principali sono: il sami orientale (parlato nella penisola di Kola), il sami centrale (usato in Norvegia, Finlandia e Svezia) ed il sami meridionale (diffuso in Norvegia e Svezia).
Le differenze tra tali varietà linguistiche non sono affatto marcate. Negli ultimi decenni si sono fatti strada in lappone molte parole di origine straniera come dihtor > computer, sihkkel > bicicletta, mánáidgárdi > giardino d’infanzia.
Alcuni toponimi svedesi, e molti in scandinavia, hanno origini lapponi come la città di Skellefteå (la Skellopta del XIII secolo) che deriva dal lappone meridionale Syöldahte e Luleå che deriva dal lappone Luleju.




A poem about love and me

5 02 2007


I keep empty
the premium object
of my desire
so as not
to spoil
its resonance
of my heartbeats
and footsteps.

Your body
between me and the world
two fallen leaves
dancing
in the same gust of wind,
united
by their separateness.

Even the truest words
fail
but so beautifully
we rate them
above our
mute successes
to grasp the knot
of ourselves.

The blue sky above me
is an illusion
of daylight
- I gaze out
of the window
a long time.
It becomes dark out
and
I can see only
my reflection
looking back
at me.




The phantasmal, artificial nature of power:Negara by Clifford Geertz

2 02 2007

In a changing world where new forms of governance are emerging with the changing role of the media and citizens a lot of questions arise. Among them what strategies and instruments are available to protect the basic integrity of an organization, its members and its ethics of governance in which acts are essentially signs?
At this point I recall the book by Clifford Geertz (1926-2006): “Negara: the Theatre state in 19th century Bali” (1980).
In his book Geertz did find a State governed more by rituals and symbols than by the use of force. A modern way to govern a State. It’s the balinese State in the era preceding the Dutch invasion, a sort of State which didn’t conquest, but emphasized the show of the power. Geertz wrote: “Power served pomp, not pomp power”. It seems as though the italian political philosopher Niccolò Machiavelli visited Bali.
The great anthropologist of the Institute for Advanced Studies in Princeton (USA) compares his method of research analysing a culture to that of a literary critic analysing a text “sorting out the structure of signification”. It’s possible to compare this job with the translator’s. The translator is,during the translation process, constantly dealing with syntax: he constructs a reading of a human language into another language.
In “Negara” (which means “Country”) Geertz sees the symbolic action as a kind of action which, like phonation in speech, pigment in painting, line in writing, or sonance in music, does signify.
So power, leadership and management styles are systems of meaning and they are necessarily the collective property of a group.
We can say that in “Negara” reality-power was considered according to a sort of platonic vision of the world. According to Plato, or rather Plato’s Socrates, the visible world around us is a mere copy of the ideal, real world that only “shows” itself to the contemplative philosopher.
Real power has more and more an esoteric nature. When one starts reading the book “Negara”, his heart is full of hope, but is it only a “poetics of power” what Geertz depicted?
Riferimenti: Negara