Il DFIR (Dialogue Forum on Internet Rights)

27 09 2007

Si sta tenendo in queste ore a Roma, nella sala della Protomoteca in Campidoglio, il Forum sui Diritti di Internet, sponsorizzato dal Governo italiano e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il Forum è stato inaugurato dal sindaco di Roma Veltroni che ha subito sottolineato il valore di libertà intrinseca di Internet ed ha chiesto l’uso di standard tecnologici aperti e liberi, in modo da tutelare il diritto di espressione, il diritto d’autore e tutti i diritti umani previsti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Continua con la lettura »




About the prohibition of “interpretation”: a major issue for translators

6 09 2007
A very old issue in the field of translation is the prohibition of the so called "interpretation". It is a very old issue dating back at least to the Septuagint Translators. Scotus Erigena in his letter to Charles De Bald (860) maintained that translators had the right to avoid obscurities by using their own judgement. George Campbell in 1789 attacked Théodore De Bèze for flagrant "interpretation" in Acts i.14: there the Apostles are waiting in the upper room after the Ascension sun gunaixi.. De Bèze translated "cum uxoribus suis" (with their wives) a bearable translation from the greek language. Campbell castigated the translation as twisting in order to avoid an attack on the Roman Catholic law of clerical celibacy.
For the Romantics "commentary" meant reading into the text what was not there in either tone or meaning (the poet Foscolo called Monti «the translator of translators of Homer»). As it had been by Jerome and Rufinus before him, the issue was tied by Campbell to the controversy over "literal" and "free" translation. But from the beginning most translators chose one cause or the other. Cicero, e.g., castigated literal translation as an unskilled work (De finibus, III.iv.15), the Jewish translators of the Bible and Talmud saw it as the only way to accuracy. They were followed by the Fathers of the Church, by the early Christians and by medieval philosophical and theological translators. After the Great Schism of the eleventh century, translators played a crucial role in attempting to bring the western and eastern Churches together. In this case their work was unsuccessful and Humbertus De Romanis, a general of the Dominical Order, in 1274 developed a sort of guidance for translators based on the dual Augustinian structure of reading and expressing: "excogitatio" and "significatio". In this form of binary code this this way of thinking has been a constant until the machine translators.



Una citazione del linguista Benjamin Lee Whorf

4 09 2007

Traduco dal testo di Benjamin Lee Whorf "Language, Thought and Reality":

Continua con la lettura »




L’oggettività conoscitiva nel “Metodo delle scienze storico-sociali” di Max Weber

3 09 2007

All’inizio della sua opera concernente il metodo delle scienze storico-sociali, Max Weber si pone la seguente questione: che cosa significa e a cosa tende una critica scientifica degli ideali e dei giudizi di valore? Weber risponde sostenendo che ogni riflessione pensante sugli elementi ultimi dell’agire umano dotato di senso è vincolata, in primo luogo, alle categorie di "scopo" e di "mezzo". In concreto desideriamo qualcosa o "per il suo proprio valore" ovvero come mezzo al servizio di ciò che vogliamo in ultima analisi. Alla considerazione dello studioso è accessibile, prima di tutto, la questione dell’opportunità dei mezzi in relazione ad un dato scopo. In tale maniera si offre a chi agisce la possibilità di misurare tra di loro le conseguenze non volute e quelle volute del proprio agire e di rispondere così alla questione: quanto "costa" l’attuazione dello scopo desiderato, sotto forma di perdita prevedibile di altri valori? Dal momento che, ogni scopo al quale si tende "costa" oppure può costare qualcosa, l’auto-riflessione di uomini che agiscono con responsabilità non può prescindere dalla reciproca misurazione dello scopo e delle conseguenze dell’agire. Tradurre tale misurazione in una decisione non è più un compito possibile per la scienza, bensì è il compito dell’uomo che agisce volontariamente. L’uomo che agisce volontariamente misura e sceglie tra i valori in questione secondo la propria coscienza e secondo la propria personale concezione del mondo. La scienza può condurlo alla coscienza che ogni agire, e naturalmente anche, il non-agire, significa nelle sue conseguenze una presa di posizione in favore di determinati valori, e perciò, di regola, contro altri. Compiere la scelta è cosa di chi agisce volontariamente e la scienza può offrirgli, per tale decisione, la conoscenza del significato di quanto viene voluto. La trattazione scientifica dei giudizi di valore può non soltanto farci comprendere e rivivere gli scopi che vogliamo e gli ideali che stanno al loro fondamento, ma soprattutto può insegnarci a "valutarli" criticamente. Tale critica può avere soltanto un carattere dialettico, cioè può essere soltanto una valutazione logico-formale del materiale che ci è offerto dai giudizi di valore e dalle idee storicamente dati. La trattazione scientifica dei giudizi di valore può condurre chi agisce volontariamente ad un’auto-riflessione su quegli assiomi ultimi che stanno a fondamento del contenuto del suo volere, cioè a quegli ultimi criteri di valore da cui egli inconsapevolmente muove o dovrebbe muovere. Recare alla coscienza tali criteri ultimi , che si manifestano nei concreti giudizi di valore, è in ogni caso l’ultima cosa che la scienza può compiere senza invadere il terreno della speculazione. Una scienza empirica non può mai insegnare ad alcuno ciò che egli deve, ma soltanto ciò che egli può e ciò che egli vuole. Tali elementi intimi della personalità, i supremi ed ultimi giudizi di valore che determinano il nostro agire e che danno senso e significato alla nostra vita, sono da noi avvertiti come l’«oggettivamente» valido. Possiamo accoglierli solo se si presentano a noi come validi, come derivanti dai nostri valori supremi, e se, quindi, essi si sono sviluppati così nella lotta contro le opposizioni poste dalla vita. Soltanto in base al presupposto della fede nei valori ha senso il tentativo di formulare giudizi di valore dall’esterno. Per Weber, giudicare la validità di tali valori è una questione di fede e, forse, è compito della considerazione speculativa e dell’interpretazione della vita e del mondo nel loro senso, ma sicuramente non è oggetto di una scienza empirica. Il contrassegno del carattere politico-sociale di un problema consiste precisamente nel fatto che esso non può essere risolto sulla base di considerazioni merameente tecniche che facciano riferimento a scopi stabiliti e che si può, anzi si è costretti a disputare intorno agli stessi criteri regolativi di valore, dal momento che il problema rientra nell’ambito delle questioni culturali di portata generale. Per Max Weber quanto più generale è il problema di cui si tratta, cioè, quanto più esteso è il suo significato culturale, tanto meno esso può trovare una risposta determinata univocamente in base alla materia del sapere empirico e, di conseguenza, tanto maggior rilievo hanno gli ultimi assiomi, di carattere molto personale, quali la fede e le idee di valore. E’ semplicemente un’ingenuità ritenere possibile di stabilire per la scienza sociale pratica "un principio" e di trovare una conferma scientifica della sua validità per dedurre, in maniera univoca, le norme per la soluzione di particolari problemi pratici.