La grammatica di Port-Royal: dall’insegnamento all’analisi linguistica

29 10 2010

La Grammaire générale et raisonnée di Antoine Arnauld (1612-1694) et Claude Lancelot (1615-1695),  più nota come Grammatica di Port-Royal , è uno dei capisaldi dei moderni studi linguistici.  Arnauld e Lancelot, professori presso le Petites Ecoles de Port-Royal des Champs, redassero una serie di grammatiche (latina, greca,italiana, spagnola) che segnarono l’inizio di un periodo innovativo nell’insegnamento delle lingue straniere, enunciandone le regole grammaticali e gli esempi nella lingua oggetto di studio.

La Grammaire di Arnauld et Lancelot proponeva una riflessione grammaticale che si inscriveva in una corrente logica e filosofica (da cui il termine di “grammatica ragionata”) con l’obiettivo di oltrepassare lo studio di una lingua particolare,  proponendo un insieme di principi comuni a tutte le lingue (donde “grammatica generale”), anche se,  in definitiva,  fu la grammatica francese che costituì l’essenza della loro riflessione.

La Grammatica di Port-Royal desta ancora oggi interesse, in quanto propone una visione della regola grammaticale che riposa sul fatto che gli usi linguistici si conformano al pensiero: la regola come prodotto di una regolarità della ragione.

Si tratta di un modello di analisi linguistica rigorosa e modernissima per l’epoca (1660).  Per la prima volta si inserì negli studi grammaticali la prospettiva diacronica (cioè  storica) che consentì di spiegare le eccezioni alla regola. Si deve, senza dubbio,   alle ricerche dei grammatici di Port-Royal, riprese successivamente da Jean Jacques Rousseau, Ferdinand de Saussure e dai linguisti a noi contemporanei, se la linguistica ha assunto un ruolo centrale nel campo delle scienze umane, acquisendo uno status di disciplina scientifica interdisciplinare. Dal rigore della definizione delle regole grammaticali e dalla diacronia di Port-Royal si è giunti oggi alla traduzione automatica e alle speculazioni filosofiche sulle strutture del pensiero.




Creatività lessicale e produttività

27 10 2010

In tempi di globalizzazione ne risente anche la creatività lessicale. Si producono più parole inglesi in italiano e l’aspettativa non molto lontana è la produzione, quanto prima, di parole cinesi…in grande quantità. Una valenza centrale nella competenza linguistica di un parlante è data dalla nozione di produttività. Già da tempo i problemi della produttività lessicale occupano un posto di rilievo negli studi lessicologici.

Con produttività lessicale o morfologica la dottrina intende la capacità dei parlanti di generare nuove parole complesse partendo da quelle conosciute. Tale fenomeno si può studiare con un approccio qualitativo, cioè riferendosi a quei fattori che influiscono sulla capacità di creare parole, oppure dal punto di vista quantitativo. In questo caso,  si studia la capacità di formare parole nuove misurando statisticamente la frequenza con cui un parlante applica una determinata regola, in assoluto,  o rispetto ad un’altra regola.

Tale studio è foriero di quesiti che coinvolgono la filosofia del linguaggio, la logica e la filosofia, tout court . Come definire, per esempio, la competenza lessicale di un parlante? La competenza lessicale coincide con le parole che si conoscono, ma che significa conoscere una parola?  Conoscere una parola significa saperne dare una definizione. Ma si può comprendere una parola e non utilizzarla mai, ovvero si può usare una parola pur non sapendola definire. Come scegliamo e produciamo nuove parole? La produttività lessicale è soggetta anche al dominio economico, politico e culturale.  Un popolo creativo linguisticamente nella propria lingua è più omogeneo e solidale rispetto ad un popolo linguisticamente permeabile nella sua produttività dalle lingue dominanti ?




Il nome proibito dell’imperatore

25 10 2010

Per il monaco Shitao (1641-c.1720) “L’unico tratto di pennello è l’origine di tutte le cose, la radice di tutti i fenomeni”. Questa visione era già molto antica in Cina, l’Impero del Segno, dove la scrittura ideografica è rimasta immutata fin dall’antichità più remota. La calligrafia cinese, arte non figurativa e vertice stesso dell’arte, è sempre stata inscritta nel cerchio di tre tradizioni: la pratica buddista, la cultura aristocratica delle corti meridionali ed il taoismo mistico.

Tanto antica e rispettata era la calligrafia da aver assunto un senso di “mana” in certi casi. Un vero e proprio tabù fu il nome dell’imperatore Tang Taizong (23 gennaio 599 – 10 luglio 649),  secondo imperatore della Dinastia Tang che regnò dal 626 al 649. Il suo nome era Shimin, composto da due ideogrammi che significano comunemente e singolarmente “mondo” o “generazione” e “popolo”. L’Imperatore fece regolamentare per decreto l’uso di tali parole che combinate davano il suo nome. La legge suggerì varie soluzioni: dal sostituire con un sinonimo all’atrofizzazione dell’ideogramma attraverso l’omissione di un tratto.

Tali divieti imposti dal vertice del potere furono in genere rispettati, anche perché non conformarsi sarebbe stato equivalente ad un atto di insubordinazione e avrebbe comportato non irrilevanti sanzioni.

E fu sempre Tang Taizong a decidere della migliore estetica calligrafica imponendo come scrittura standard, alle élites del Celeste Impero, lo stile del calligrafo Wang Xizhi.




Le conseguenze della diglossia

11 10 2010

 

 

 

 La parola diglossia si deve a Charles Ferguson, che nel suo  articolo del 1959 [Diglossia in “Word”, 15: 325-340] così definisce questo concetto«A ‘diglossic’ situation exists in a society when it has two distinct codes which show  a functional separation; that is, one code is employed in one set of circumstances and the other in an entirely different set.»Si tratta della presenza nella stessa comunità linguistica di due lingue o varietà della stessa lingua, una considerata “alta”, l’altra “bassa” (lingua nazionale e dialetti; arabo classico e arabo nazionale; finlandese letterario e dialetti ecc.). Charles Ferguson introdusse il concetto di diglossia dopo aver descritto i differenti ambiti socio-linguistici del dialetto svizzero tedesco in rapporto al tedesco standard e la lingua haitiana in rapporto al creolo. Il concetto di diglossia si applica al bilinguismo di comunità ed è di tipo prettamente socio-linguistico. La riflessione sulla diglossia comporta una forte valenza di carattere politico in quanto è legata alla Language Policy, cioè alle decisioni di politica linguistica che, nel corso della storia, si sono rivelate particolarmente delicate quando hanno riguardato comunità multilingui. Lo status maggioritario o minoritario dei diversi gruppi linguistici, con i relativi problemi politici, economici e di politica educativa può essere un fattore dirompente in società in cui lo Stato centrale si presenta debole sia dal punto di vista culturale che valoriale. I concetti di Ferdinand Tönnies di Gemeinschaft (comunità) e Gesellschaft (Società) tornano in campo anche nei paesi che presentano accentuati problemi di diglossia. Si estremizza il sentimento di appartenenza linguistica alla Gemeinschaft, alla società primitiva e prestatuale, a danno della Gesellschaft.