Nuova ipotesi sulla struttura della frase

28 09 2012

Il 12 settembre 2012 nei Proceedings of the Royal Society: Biological Sciences sono stati pubblicati i risultati di una ricerca finanziata, tra l’altro, con il contributo dell’Unione Europea dal titolo: ” How hierarchical is language use?”

Tale ricerca curata da un team diretto da Morten Christiansen, psicologo-cognitivo del Cornell Cognitive Science Program sostiene che il linguaggio si basi su strutture sequenziali più semplici di quanto si pensi, simili a grappoli di perline su una collana, cioè il sistema del linguaggio tratta le parole raggruppandole in piccoli ciuffi (Clumps) associati con il significato. Le frasi sono composte da “ciuffi” di parole, o costruzioni che sono capite se organizzate in un determinato modo. Il concetto di sequenza è naturalmente connesso al linguaggio dati gli indizi temporali che ci aiutano a capire e ad essere compresi quando utilizziamo tale meraviglioso strumento. Per tale motivo, il solo concetto di gerarchia non tiene conto degli altri indizi che aiutano a trasmettere il significato come: l’impostazione e la conoscenza di ciò che è stato detto prima nonché l’intenzione del parlante.

I ricercatori hanno attinto le prove a sostegno di tale ipotesi anche da campi di studio collegati alle scienze del linguaggio quali la psicolinguistica e le neuroscienze cognitive. Le ricerche in biologia evoluzionistica indicano che gli esseri umani (a differenza degli animali) hanno acquisito il linguaggio perché hanno sviluppato abilità in un certo numero di aree, come il credere nelle intenzioni altrui e l’aver appreso un numero di suoni tali da collegare a significati e alla creazione di parole. All’opposto, il concetto di gerarchia suggerisce che gli esseri umani abbiano un linguaggio soltanto grazie ad un “hardware” altamente specializzato: il cervello. La ricerca delle neuroscienze cognitive mostra che la stessa serie di regioni cerebrali sembra essere coinvolta sia nell’apprendimento sequenziale che nel linguaggio, suggerendo la sequenzialità del linguaggio stesso. Lo studio di Christiansen e colleghi ha importanti implicazioni in molti campi collegati alle scienze del linguaggio. Da una prospettiva evoluzionista tale studio potrebbe aiutare a colmare un vuoto esistente tra i sistemi di comunicazione degli esseri umani e quelli degli altri primati. Tale ricerca tocca anche l’elaborazione del linguaggio naturale, l’area della computer science che tratta il linguaggio umano, incoraggiando gli studiosi a focalizzarsi sulle strutture sequenziali quando tentano di creare lo humanlike speech.

http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/early/2012/09/05/rspb.2012.1741.full.pdf+html




Un innovativo dizionario di demotico all’Università di Chicago

18 09 2012

Un gruppo di studiosi dell’Università di Chicago ha dato alle stampe un innovativo dizionario dell’antica lingua egiziana denominata demotico, denominazione attribuita dai greci per denotare che questa era la lingua parlata dal demos, dal popolo. Questa lingua fu scritta ed utilizzata in Egitto dal 500 a.C. a circa il 500 d.C. fino a quando il paese non fu occupato da persiani, greci e romani.

Il demotico fu utilizzato nei documenti di carattere giuridico e come lingua commerciale, nelle lettere private, in testi di carattere aministrativo ed in opere letterarie. Essa fu anche utilizzata in testi di carattere magico o religioso ed in testi scientifici riguardanti materie quali: astronomia, medicina e matematica.

Il dizionario dell’Università di Chicago,  Illinois, (Stati Uniti d’America)https://oi.uchicago.edu/research/pubs/catalog/cdd/ costituisce un indispensabile strumento per ricostruire la vita politica, sociale e culturale dell’Antico Egitto.

Il demotico fu anche la lingua utilizzata in uno dei tre testi della Stele di Rosetta, gli altri due erano il geroglifico ed il greco. Il demotico costituisce l’evoluzione della calligrafia corsiva dell’egiziano detta ieratico ed, essendo una calligrafia più veloce e pratica del geroglifico, ebbe un uso molto più esteso. La compilazione di questo dizionario ebbe inizio nel 1975 come prosecuzione dell’opera di Wolja Erichsen Demotisches Glossar  del 1954 e si basa su testi in lingua demotica pubblicati tra il 1954 ed il 1979. I testi in demotico hanno un ruolo fondamentale per la conoscenza dell’Egitto in un momento in cui ci furono stretti contatti con la Grecia e con Roma




Le dieci lingue più parlate al mondo: tecniche di calcolo dei parlanti

17 09 2012

Da sempre si è cercato di stabilire quali fossero le lingue dominanti nel mondo. Nell’articolo  http://www.andaman.org/BOOK/reprints/weber/rep-weber.htm scritto da George Weber si offre, tra l’altro, un tentativo di calcolare attraverso una formula il numero di parlanti di una lingua. 

Fin dalla sua prima pubblicazione tale articolo destò un vespaio di critiche commenti, favorevoli e sfavorevoli. E’ comunque interessante riproporne oggi la lettura.




Messa in dubbio la teoria delle caratteristiche universali del linguaggio

14 09 2012

La prestigiosa rivista Nature ha pubblicato uno studio che utilizza i metodi della biologia evoluzionistica per tracciare la nascita e lo sviluppo della grammatica in numerose famiglie linguistiche.

I risultati della ricerca suggeriscono che i tratti condivisi dalle diverse famiglie linguistiche si sono evoluti in maniera indipendente in ciascun gruppo. Gli autori sostengono che sia lo sviluppo culturale e non il cervello a guidare lo sviluppo del linguaggio, basando la loro ricerca sul metodo noto come studio filogenetico.

Il direttore del gruppo di ricerca , Michael Dunn, linguista evoluzionista che lavora presso il Max Planck Institute for Psycholinguistics in Olanda http://www.mpi.nl/people/dunn-michael/publications , ha sostenuto che l’approccio utilizzato nella ricerca è simile allo studio delle piante di piselli fatto da Gregor Mendel che portò alla scoperta dell’ereditarietà.

Per tale ricerca il team diretto da Dunn ha studiato le caratteristiche dell’ordine delle parole in quattro famiglie linguistiche: Indoeuropea, Uto-azteca, Bantu e Austronesiana. Nello studio è stato preso in considerazione, per esempio, il caso in cui quelle che comunemente chiamiamo preposizioni si situino prima o dopo un sostantivo e come si comportano i sostantivi e gli accusativi in tali situazioni.

Gli studiosi hanno costruito degli alberi genealogici , con funzione matriciale, delle diverse famiglie linguistiche  e, situando le lingue sui rami dell’albero, hanno osservato che l’evoluzione linguistica è stata dipendente dal ramo sul quale la lingua era posizionata. Ciò che la ricerca ha voluto dimostrare è che ognuna delle famiglie linguistiche studiate si è evoluta secondo proprie regole peculiari e non secondo un insieme di regole universali asserendo, inoltre, che l’evoluzione culturale risulta essere il fattore primario determinante della struttura linguistica: la mente umana avrebbe la tendenza a generalizzare attraverso frasi di tipo diverso che non ci sarebbero se la mente generasse ogni tipo di frase con un’unica regola.




Gli studi di linguistica comparativa in America

10 09 2012

La linguistica comparativa e la connessa ricostruzione degli stadi più primitivi delle lingue si è sviluppata con successo soprattutto nell’ambito degli studi indoeuropei.  Nonostante la piuttosto limitata applicazione ad altre famiglie linguistiche (semitica, finno-ugrica, bantu, sino-tibetana, algonchina) i risultati delle ricostruzioni comparative dell’indoeuropeo restano insuperati.

Negli ultimi decenni, la linguistica comparativa applicata alle lingue indiane d’America, in particolare a quelle mesoamericane, ha fatto notevoli progressi. La ricostruzione dell’Uto-azteca da parte del Whorf nel 1935 ha rappresentato soltanto il primo passo di uno sforzo di ricostruzione sistematico che ha avuto per oggetto le lingue meso-americane. Dopo gli sforzi apripista del Whorf vanno annoverati l’articolo pubblicato dallo Swadesh sul proto-zapoteca (1947) e quello del Wonderly sul proto-zoquea (1949).

Gli articoli del Newman e del Weitlander rispettivamente sul proto-otomi e sul proto-otomi-mazahua (1950) diedero l’abbrivio al decennio che vide la pubblicazione del fondamentale studio dell’Arana sul proto-totonaco-tepehua (1953), dello scritto del McQuown sul proto-maya (1956) e dei volumi del Longacre (1957) e del Gudschinsky(1959) sul proto-mixteco e sul proto-popoloca.

Negli anni Sessanta furono dati alle stampe lo scritto sul proto-mixteca del Mak e del Longacre (1960), un articolo del Bartholomew sulle consonanti proto-otomi (1960) ed un articolo di carattere etno-linguistico del Millon e del Longacre che abbozza, incidentalmente, alcune caratteristiche del proto-amuzgo-mixteco (1961).

Va notato che tutte le branche del cosiddetto “penuto messicano” (con l’esclusione dello huave, le cui affinità con il zoquea, con il maya e con il totonac-tepehua sono state messe in dubbio sia dal McQuown che dallo Swadesh) sono state sottoposte ad una ricostruzione e ad una comparazione sistematica.

Sembra maturo il tempo per la comparazione linguistica applicata al proto-zoquea, al proto-maya ed al proto-totonac-tepehua al fine di dimostrarne la presunta relazione di parentela. La difficoltà principale è rappresentata ancora dalla penuria di analisi di estese serie di parole imparentate appartenenti ad ognuna delle citate famiglie linguistiche. E’ possibile, inoltre, che si rinvengano prove delle possibile affinità tra il ceppo messicano del penut ed il penut della California.